Pedro Alonso, 50 anni, in 'La casa di carta' interpreta il personaggio Berlino
Pedro Alonso, 50 anni, in 'La casa di carta' interpreta il personaggio Berlino
Roma, 24 novembre 2021 - La rapina del secolo si sta per concludere. La banda vuole portare via l’oro dalla Banca di Spagna ma la polizia è già pronta, armata fino ai denti, a scatenare la guerra. Un finale tutto spari, esplosioni e scontri furibondi raccontato negli ultimi cinque episodi della quinta e conclusiva stagione de La casa di carta, la serie cult spagnola, dal 3 dicembre su Netflix. Un colpo, dopo quello alla Zecca, progettato cinque anni prima da Andrés de Fonollosa, nome di battaglia Berlino, come lo ha battezzato il Professore, mente della banda. A Roma con altri due attori della serie,...

Roma, 24 novembre 2021 - La rapina del secolo si sta per concludere. La banda vuole portare via l’oro dalla Banca di Spagna ma la polizia è già pronta, armata fino ai denti, a scatenare la guerra. Un finale tutto spari, esplosioni e scontri furibondi raccontato negli ultimi cinque episodi della quinta e conclusiva stagione de La casa di carta, la serie cult spagnola, dal 3 dicembre su Netflix. Un colpo, dopo quello alla Zecca, progettato cinque anni prima da Andrés de Fonollosa, nome di battaglia Berlino, come lo ha battezzato il Professore, mente della banda. A Roma con altri due attori della serie, Enrique Arce (Arturito) e Belén Cuesta (Manila), Pedro Alonso (Berlino), morto nella serie alla fine della seconda stagione ma poi sempre presente in continui flashback, ha la bocca cucita sul finale che dice di non conoscere nemmeno lui.

Alonso, la serie è molto cambiata dalle prime stagioni, quando le azioni della banda avevano anche un valore politico, tanto da intonare Bella ciao. Ora è pura azione?

"In quest’ultima parte si è voluto spingere sull’intrattenimento, scommettendo in maniera ambiziosa sull’azione. È stato proprio un mettersi alla prova in scene di guerra. Io comunque non ne so granché perché vivevo in un mondo parallelo".

All’inizio la serie non aveva avuto molto successo in Spagna. Poi, acquistata da Netflix, è diventata una delle serie in lingua non inglese più viste di questa piattaforma. Cos’è cambiato?

"Si è investito di più e quindi è stato possibile realizzare scene spettacolari prima impensabili. Ma non è cambiato nulla a livello di racconto, di sceneggiatura. Comunque, all’inizio la serie non era andata malissimo: l’audience era stata altalenante, ma le critiche positive".

Dispiaciuto che finisca?

"È bello finire prima di bruciarsi. Quanto allo straordinario successo, è sempre difficile capirne le ragioni. Certo, l’ambizione era quella di competere con le serie americane, ma con qualcosa di diverso, qualcosa tipico del calore latino. L’industria spagnola dell’audiovisivo è molto piccola e fino a non molto tempo fa si giravano cinque serie l’anno, solo per il pubblico spagnolo. Questo fenomeno è stato come uno tsunami. A Montecarlo, al Premio alle migliori serie, ci sentivamo come Davide di fronte a Golia. E invece abbiamo vinto".

Il suo personaggio non è stato fatto morire troppo presto?

"La serie sarebbe dovuta finire con la seconda stagione e quindi anche per questo il personaggio muore. E muore sacrificandosi per gli altri, diventando in questo modo un mito. A quel punto i realizzatori hanno voluto assolutamente che tornassi".

Cosa ha significato per la sua carriera La casa di carta?

"Mi sono sempre considerato un attore di classe media e quindi per me era già un miracolo riuscire a sopravvivere. Ora mi sembra incredibile quello che sto vivendo e per mantenere i piedi per terra devo come allontanarmi da questo frastuono che mi ha investito. Sto dicendo molti ‘no’ perché desidero investire su me stesso: dipingo, ho scritto un libro, ho prodotto due documentari. Ho bisogno di questo per ricaricarmi".