di Luca Bonacini

Oggi è un oggetto di uso comune, ma per arrivare alla bottiglia di vetro come la conosciamo sono occorsi oltre duemila anni. Prima della bottiglia, babilonesi e in seguito egiziani, greci e romani, usavano per il vino anfore d’argilla, ma anche involucri meno nobili come zucche scavate, corni e otri in pelle di animale, poi grazie all’ingegno degli artigiani dell’attuale Siria, intorno al I° secolo d.C. nasce la soffiatura del vetro, una tecnica più veloce della colatura in stampi che darà origine ai primi contenitori in vetro per liquidi, elevando il vino al rango che gli compete. Un’innovazione utile ma ancora troppo costosa che ne rallenta la diffusione, fino al XIV secolo quando in Toscana dilaga il fiasco in vetro paglia e verso la metà del Cinquecento arriva dall’Oriente la soffiatura, con gli artigiani di Murano che iniziano a produrre bottiglie nelle forme più diverse, soprattutto panciute e dal collo allungato, che evolvono sempre più diffusamente verso un corpo cilindrico e verticale, più pratico per accogliere e trasportare il vino. Ma lo snodo fondamentale è nel 1651 in Inghilterra, quando Kenelm Digby lancia la sua bottiglia in vetro nero che protegge il contenuto dai raggi solari, ha un maggiore spessore ed è più robusta. Si diffonderà in Francia, dove si sta cominciando a produrre Champagne e poi nel resto d’Europa, mentre sulle tavole aristocratiche trionfa il cristallo al piombo molato e la bottiglia chiusa con il tappo di sughero può finalmente viaggiare in casse di legno e andare lontano. Alla fine dell’Ottocento sarà perfezionata la tecnologia della colatura a pressione in stampi e si cominciano ad automatizzare i processi, con macchine semiautomatiche, automatiche e infine digitali, fino ai tempi d’oggi con produzioni seriali velocissime. Una storia affascinante a cui Giancarlo Gonizzi coordinatore dei Musei del Cibo della provincia di Parma, ha dedicato una sezione al Museo del Vino di Sala Baganza, con i pezzi unici donati dall’Ingegner Vittorio Albertini.