di Lorenzo Guadagnucci Vito Volterra nel 1915 ha già 55 anni. È un matematico di fama internazionale. Insegna alla Sapienza di Roma, è senatore del Regno. È un convinto interventista e quindi, a dispetto dell’età e dei prestigiosi incarichi, chiede d’arruolarsi nelle forze armate. Non gli dicono di no, ma certo non lo mandano sul Carso a offrire inutilmente il petto alle mitragliatrici austriache; negli alti comandi pensano bene di utilizzare le sue grandi competenze al servizio del Genio militare, col grado di tenente. E Vito Volterra non si risparmia, anzi si entusiasma. Coi suoi calcoli e le sue formule, contribuisce a rimodulare le tabelle di tiro in montagna; suggerisce di alimentare i dirigibili con l’elio al posto dell’idrogeno, in modo da ridurre gli incidenti; consiglia un uso più avanzato dei dati meteorologici nella navigazione...

di Lorenzo Guadagnucci

Vito Volterra nel 1915 ha già 55 anni. È un matematico di fama internazionale. Insegna alla Sapienza di Roma, è senatore del Regno. È un convinto interventista e quindi, a dispetto dell’età e dei prestigiosi incarichi, chiede d’arruolarsi nelle forze armate. Non gli dicono di no, ma certo non lo mandano sul Carso a offrire inutilmente il petto alle mitragliatrici austriache; negli alti comandi pensano bene di utilizzare le sue grandi competenze al servizio del Genio militare, col grado di tenente. E Vito Volterra non si risparmia, anzi si entusiasma. Coi suoi calcoli e le sue formule, contribuisce a rimodulare le tabelle di tiro in montagna; suggerisce di alimentare i dirigibili con l’elio al posto dell’idrogeno, in modo da ridurre gli incidenti; consiglia un uso più avanzato dei dati meteorologici nella navigazione aerea. Alla fine del conflitto lo promuovono capitano.

La guerra, per Volterra, è solo una parentesi ma gli dà l’abbrivio per lanciare la campagna più importante della sua vita: ottenere che la cultura scientifica sia messa sullo stesso piano di quella umanistica. È un impegno di lungo corso. Proprio durante la guerra ottiene l’insediamento di un Ufficio invenzioni e ricerche: vi vede il nucleo di un futuro centro di ricerca nazionale in grado di connettere scienza e industria. Dopo qualche incomprensione coi ministri e più di un insuccesso, alla fine coglie il frutto del suo impegno: è il 1923 e nasce, in seno all’Accademia dei Lincei, il Consiglio nazionale delle ricerche, il Cnr, di cui diventa il primo presidente.

A capo del governo a quel tempo è da poco salito Benito Mussolini, il ministro della Cultura è il filosofo Giovanni Gentile: entrambi – paradossalmente – avversari di Volterra, per motivi politici il primo, per motivi anche culturali il secondo (la sua riforma scolastica, proprio nel 1923, sancisce la supremazia delle lettere sulla scienza).

Non è un azzardo definire Vito Volterra una delle figure più eminenti della cultura, non solo scientifica, del ‘900 italiano, eppure il grande matematico e uomo politico è un personaggio quasi dimenticato, sconosciuto ai più. Da qualche tempo varie istituzioni si sono impegnate con numerose iniziative per togliere Volterra dall’oblio: un contributo lo dà anche una biografia a fumetti da poco uscita, La funzione del mondo di Alessandro Bilotta e Dario Grillotti.

La storia personale di Volterra è affascinante. Nativo di Ancona, orfano di padre, mostra un precoce talento per la matematica, ma la via degli studi gli sembra preclusa dagli scarsi mezzi economici familiari: solo l’ostinazione di uno zio e l’aiuto di un insegnante lo sottraggono a una sorte incerta e lo indirizzano verso il liceo e gli studi universitari. Arriva alla cattedra ad appena 23 anni, all’Università di Pisa. Sarà un docente di prim’ordine e uno fra i maggiori matematici del suo tempo: è considerato uno dei padri dell’analisi funzionale ma darà contributi importanti anche in altri ambiti, come la nascente biologia matematica (sarà costante il suo impegno per accostare altre discipline al metodo matematico).

C’è un’altra importante ragione per considerare Vito Volterra uno dei padri dell’Italia democratica nata sulle rovine della seconda guerra mondiale, nonostante l’uomo sia scomparso nell’ottobre 1940, appena quattro mesi dopo il celebre annuncio di Benito Mussolini dal balcone di piazza Venezia: "L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili...".

Il senatore Volterra nel 1924 fu fra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, promosso da Benedetto Croce, e soprattutto, nel 1931, fu uno dei dodici professori ordinari – dodici su 1250 – che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista. Volterra perse così la cattedra e tutti gli incarichi (compreso il posto all’Accademia dei Lincei, di cui era stato presidente).

Fu emarginato dalla vita civile; una volta si trovò a varcare clandestinamente il confine per partecipare a un convegno di matematici in Francia: gli avevano negato il visto d’espatrio. Spiato e perseguitato, non si piegò mai. Nel ‘38 subì anche l’onta della formale radiazione dal Senato per effetto delle leggi razziste contro gli ebrei. Volterra, un padre della patria da non dimenticare.