di Andrea Cionci Qui un covone, di fieno. Lì una baracca di legno o di metallo: apparentemente, un innocuo magazzino materiali dell’Anas. Realizzati e mantenuti dal 1962 fino al ’93, questi insignificanti elementi paesaggistici che punteggiavano le campagne e i monti del Friuli Venezia Giulia celavano, in realtà, cannoni anticarro, torrette di carri armati o interi tank (Sherman o Pershing) affondati nel cemento, micidiali mitragliatrici pesanti come le Browning calibro 12,7 mm o leggere come le MG 4259, posti comando e alloggi per squadre d’assalto. Il tutto all’insaputa della stragrande maggioranza della popolazione locale. Erano oltre 900 le fortificazioni, dette “opere” o “postazioni” della Fanteria d’arresto, una specialità segreta dell’Esercito italiano composta da ben...

di Andrea Cionci

Qui un covone, di fieno. Lì una baracca di legno o di metallo: apparentemente, un innocuo magazzino materiali dell’Anas. Realizzati e mantenuti dal 1962 fino al ’93, questi insignificanti elementi paesaggistici che punteggiavano le campagne e i monti del Friuli Venezia Giulia celavano, in realtà, cannoni anticarro, torrette di carri armati o interi tank (Sherman o Pershing) affondati nel cemento, micidiali mitragliatrici pesanti come le Browning calibro 12,7 mm o leggere come le MG 4259, posti comando e alloggi per squadre d’assalto. Il tutto all’insaputa della stragrande maggioranza della popolazione locale.

Erano oltre 900 le fortificazioni, dette “opere” o “postazioni” della Fanteria d’arresto, una specialità segreta dell’Esercito italiano composta da ben sei reggimenti che, ereditando i compiti della vecchia Guardia alla frontiera, aveva la funzione di bloccare un’eventuale invasione da parte dei paesi del Patto di Varsavia. Questa si sarebbe concentrata sulla Soglia di Gorizia e, in previsione, furono costruiti ex novo questi modernissimi bunker sia in Alto Adige, al confine con l’Austria, che nel Cadore, in Carnia e nell’alto, medio e basso Tagliamento.

Dopo l’ultima guerra, infatti, il confine era arretrato verso occidente e quindi non erano più utilizzabili quelle fortificazioni del Vallo Alpino, costruite durante il fascismo che, a nord, erano invece passate sotto il controllo dei neocostituiti Alpini d’arresto. Il volume Ultimo bunker a nord-est (ES - Editrice storica) di Pietro Maccagnanano, Mario Borean, Alvidio Canevese, Leonardo Malatesta, Stefano Cogni, racconta dettagliatamente questa storia ignorata dai più.

Per quanto ormai i sistemi d’arma siano stati smantellati, le opere sono tuttora lì, così ben mimetizzate da non essere notate, ancor oggi, dalla maggior parte delle persone: passeggiando fra le colline del Carso o nella pianura della Venezia Giulia, tuttavia, qualche ignaro escursionista può improvvisamente incappare in strane cupole di acciaio, o in portelloni che aprendoli, offrono l’accesso a quel mondo sotterraneo, dove, silenziosa e protettrice come una divinità ctonia, operava la Fanteria d’arresto.

Particolarmente notevole come semplici militari di leva, per trent’anni, abbiano tenuto il completo segreto sulla loro specialità, senza far trapelare nulla, nemmeno alle famiglie. Un senso di responsabilità davvero ammirevole, che onora il soldato italiano.

Negli ultimi anni, caduti finalmente i vincoli sul segreto militare, sono sorte varie iniziative per valorizzare e aprire al pubblico alcune fortificazioni, come il Bunker San Michele, a Savogna d’Isonzo, gestito proprio dall’Associazione nazionale fanti d’arresto che è stata la promotrice del libro di Malatesta.

Il volume si fonda anche sui ricordi e le testimonianze dirette dei militari di quella specialità, sia di carriera che di leva, per la maggior parte nativi del nord-est. Essi descrivono come era la loro vita quotidiana, le esercitazioni e le armi utilizzate dai singoli fanti, all’aperto o dall’interno delle fortificazioni.

Al di là del nome, questa specialità di Fanteria, con le sue fortificazioni, non aveva tanto lo scopo di “arrestare” l’invasore, quanto di rallentarlo eo incanalarlo verso vie meno preferenziali dove sarebbe stato intercettato da forze mobili, dall’artiglieria e persino da armi nucleari terrestri.

Le opere, in caso di emergenza, sarebbero state completamente circondate e protette da campi minati, con ordigni antiuomo e anticarro in numero elevatissimo. Come ovvio, ponti, strade e viadotti sarebbero stati fatti saltare in aria. La Fanteria d’arresto avrebbe quindi agito non da sola, ma in coordinamento con altri reparti in posizione arretrata. Il vero campo di battaglia, si prevedeva, sarebbe stato tra l’allora confine jugoslavo e il Tagliamento.

Insomma: le armate comuniste che avessero voluto invadere l’Italia si sarebbero infilate davvero in un brutto guaio.