Milano, 28 settembre 2020 - "Per noi quella non è mai stata un’automobile. Era una persona, una di famiglia". Enrico Jankovits, 74 anni, esperto informatico, riannoda i fili della memoria. Racconta di gente italianissima che si è ritrovata – destino comune a tanti – senza patria. Una diaspora dolorosa, alla ricerca dell’identità rapita dalla Storia. Esuli fiumani costretti a rinunciare persino al loro sogno meccanico: una macchina meravigliosa, creduta persa e ritrovata dopo anni di oblio. Signor Jankovits, cominciamo dal suo cognome? "La mia famiglia ha radici in Ungheria. Da lì si trasferì a Fiume a inizio ‘900: la città ospitava italiani, tedeschi, balcanici. La grafia del cognome si è adattata ai cambiamenti. Prima Jankowits, poi Jankovic e infine Jankovits quando Fiume è diventata italiana. Oggi è un tuffo al cuore chiamarla Rijeka e pensarla croata". Jankovits si chiama l’Alfa Romeo che è il vostro orgoglio. Qual è la sua origine? "C’erano una volta due fratelli geniali. Eugenio Jankovits detto Gino, mio padre, classe 1911, era un talento ingegneristico. Mio zio Ferruccio, per tutti Oscar, più giovane di un anno, brillava negli studi di architettura. Frequentavano l’università e avevano la passione dei motori. Aprirono il...

Milano, 28 settembre 2020 - "Per noi quella non è mai stata un’automobile. Era una persona, una di famiglia". Enrico Jankovits, 74 anni, esperto informatico, riannoda i fili della memoria. Racconta di gente italianissima che si è ritrovata – destino comune a tanti – senza patria. Una diaspora dolorosa, alla ricerca dell’identità rapita dalla Storia. Esuli fiumani costretti a rinunciare persino al loro sogno meccanico: una macchina meravigliosa, creduta persa e ritrovata dopo anni di oblio.

Signor Jankovits, cominciamo dal suo cognome?

"La mia famiglia ha radici in Ungheria. Da lì si trasferì a Fiume a inizio ‘900: la città ospitava italiani, tedeschi, balcanici. La grafia del cognome si è adattata ai cambiamenti. Prima Jankowits, poi Jankovic e infine Jankovits quando Fiume è diventata italiana. Oggi è un tuffo al cuore chiamarla Rijeka e pensarla croata".

Jankovits si chiama l’Alfa Romeo che è il vostro orgoglio. Qual è la sua origine?

"C’erano una volta due fratelli geniali. Eugenio Jankovits detto Gino, mio padre, classe 1911, era un talento ingegneristico. Mio zio Ferruccio, per tutti Oscar, più giovane di un anno, brillava negli studi di architettura. Frequentavano l’università e avevano la passione dei motori. Aprirono il garage Lampo in centro a Fiume: l’avventura cominciò lì dentro".

In un garage?

"Era il più grande e il più moderno della zona. Nell’officina lavoravano tecnici eccellenti: meccanici, carrozzieri, tappezzieri, gommisti. I due fratelli erano concessionari dell’Alfa e della bresciana Om, c’era tutto per costruire artigianalmente una macchina avveniristica. Un misto di invenzione e assemblaggio. I primi schizzi sono del 1935: le prove del telaio nudo risalgono al ‘37, la scelta del motore all’anno dopo. Nel 1939 la vettura era ultimata".

Da corsa o da turismo?

"Era stata progettata per la strada. Una supercar con sedile unico a tre posti, guida centrale e motore posteriore bialbero: quello del sei cilindri Alfa modello Pescara. Eugenio mise insieme le parti meccaniche sul telaio: differenziale della Lancia Lambda, sospensioni Ford 8V. Oscar sviluppò la carrozzeria su un design originale. La meraviglia aveva preso forma".

Ma i tempi stavano cambiando.

"Scoppiò la guerra. Ferruccio si arruolò nell’artiglieria antiaerea a Pisa, Eugenio finì in Russia. Quando tornò a Fiume era un fantasma di 35 chili".

E l’Alfa Jankovits?

"Era stata nascosta perché i tedeschi non la requisissero. L’armistizio dell’8 settembre segnò il ritorno al lavoro: l’auto era sfuggita ai nazisti, però incombeva un pericolo peggiore. Le truppe del maresciallo Tito presero Fiume e confiscarono il garage. Moltissimi italiani furono gettati vivi nella foibe, ci sarebbe finita anche la macchina, se non fosse servita ai soldati jugoslavi. Mio padre fu condannato per aver collaborato con i fascisti, accusa infamante e pretestuosa. Ma era un grande tecnico: lavorava di giorno e rientrava in carcere a dormire".

Finché?

"Finché si presentò l’occasione di fuggire: salì sull’Alfa Jankovits e volò verso il confine. Era la notte del 24 dicembre 1946, i soldati jugoslavi festeggiavano il Natale al posto di blocco. Rimasero sorpresi: gli spari colpirono gomme posteriori e carrozzeria. Mio padre arrivò a Trieste illeso portando la macchina in salvo. Lo zio Ferruccio aveva trasferito lì il resto della famiglia, compreso me che avevo sei mesi".

Fine dei guai?

"Avevamo perso tutto. Era rimasta la macchina, il gioiello che dovevamo vendere per sopravvivere. Un ufficiale americano di stanza a Trieste la comprò, la caricò su una nave e la spedì oltreoceano. Fu un sacrificio immenso, vissuto come un lutto".

Anche lei che era bambino?

"Io e mia sorella per tutta l’adolescenza abbiamo sentito parlare di quell’auto. Era una leggenda, una fantasia ricorrente. Mio padre ne costruì una giocattolo a motore".

L’avevate persa per sempre?

"Non abbiamo avuto notizie per trent’anni. Poi la rivista Quattroruote nell’agosto 1978 segnalò il ritrovamento di un curioso veicolo arrugginito a Ballymena, nel cortile della concessionaria nord-irlandese Alfa Romeo. Era la Jankovits. I due fratelli rimasero di stucco. Ma la notizia era arrivata anche a Luigi Fusi, direttore del Museo dell’Alfa ad Arese, che prese un abbaglio: pensò fosse l’Alfa 163, il prototipo di Wilfredo Ricart accantonato durante la guerra. In effetti c’era una somiglianza".

La confusione fra le due automobili era un complimento indiretto a suo padre e suo zio...

"È vero. Lo spagnolo Ricart, nemico numero di Enzo Ferrari, faceva vetture magnifiche: era il successore all’Alfa di Vittorio Jano, il più grande progettista italiano. Eugenio e Ferruccio si misero in contatto con il Museo rivendicando la paternità della macchina. Poi scrissero a mister Templeton, il proprietario. Mistero svelato: la Jankovits, l’auto unica e irripetibile, era miracolosamente riapparsa".

Che successe dopo?

"Templeton fu subissato di offerte: Nazario Bacchi, concessionario Iveco a Forlì, nel 1999 comprò il relitto. E lo restaurò con la consulenza a distanza di mio zio. Cinque anni dopo la macchina venne esposta in tutta la sua scintillante bellezza".

E voi della famiglia?

"Eugenio e Ferruccio erano morti. Io e mia sorella fummo invitati a Forlì: accarezzare la carrozzeria fu toccare un mito inseguito per anni. Era stupenda. C’era ancora un giallo irrisolto: il colore originale. Mia sorella ricordava un grigio canna di fucile, Bacchi scelse l’azzurro metallizzato. Aveva trovato tracce di quella tinta nel bagagliaio".

La storia finisce qui?

"Qualche tempo dopo Bacchi vendette la Jankovits attraverso un intermediario, ignorando chi fosse l’acquirente finale. Nel 2008 vidi in rete le foto di un concorso per auto d’epoca a Villa d’Este. Riconobbi una sagoma familiare anche se verde scuro. Era stata ribattezzata Aerospider, ma era lei: la nostra creatura. Il nuovo proprietario era il tedesco Georg Gebhard. Sono partito per la Germania. L’Alfa ora si trova al Museo dell’auto e della tecnica di Sinsheim nel Baden-Württemberg. È il pezzo pregiato. È stato emozionante vederla lì attorniata dai visitatori stupefatti".

Ha avuto la tentazione di riportarla a casa?

"Credo che la Jankovits stia bene dov’è ora, visibile a tutti. Mi è rimasto un solo desiderio: vorrei farci un giro".