Alessandro Barbero, qui ritratto nella sua Torino, è autore di ‘Dante’ nel quale racconta la vita del Sommo Poeta (foto di Alessandro Albert)
Alessandro Barbero, qui ritratto nella sua Torino, è autore di ‘Dante’ nel quale racconta la vita del Sommo Poeta (foto di Alessandro Albert)

Professor Alessandro Barbero, ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Perché studiarlo oggi?

"Leggere Dante e la Divina Commedia - uno dei capolavori universali di sempre - è un’esperienza straordinaria, che non smette mai di emozionare. A tal proposito, voglio far mie le parole del grande poeta novecentesco Thomas Eliot: “Dante e Shakespeare si sono divisi il mondo moderno a metà”".

Nel libro che ha scritto il Sommo Poeta risulta molto diverso da quello che si studia a scuola…

"Certamente è un Dante più umano. Ha una casa, una moglie, dei figli, un patrimonio da gestire. Fa politica, combatte. E ha le sue debolezze. Poi ovviamente c’è anche il monumento, che nasce dalla dimensione creatrice che l’uomo si porta dentro. E incanta sempre".

Quella del sommo poeta è una società dilaniata dalle divisioni. In fondo non così lontana dalla nostra…

"Avere a che fare con gente del Medioevo significa ragionare con chi fa cose molto diverse da noi. Dante, per sistemare sua figlia, non esita a metterla in un monastero. Un gesto che oggi faremmo fatica ad accettare. Ma la sua storia ci insegna che gli uomini della sua epoca, in fondo, avevano le nostre stesse passioni. Alla fine lo leggi e senti di capirlo".

Al tempo di Dante il Latino è una lingua universale. Lo si può paragonare all’Inglese di oggi?

"Sì e no. Il Latino di Dante era quello medievale. Una lingua lontana da quella dei Romani, ma democratica, cioè non imposta da nessuno. Tutti dovevano impararla, almeno ad alti livelli. Tra intellettuali ci si capiva proprio grazie a quel linguaggio. Lo stesso non si può dire dell’Inglese, che in alcuni Paesi è lingua materna e ne riflette l’egemonia culturale. Un’egemonia che è anche frutto dell’Imperialismo".

Il Dante che lei restituisce è un uomo che si preoccupa della popolarità conquistata. Un elemento comune anche nella nostra società, sebbene siano cambiati i valori: nel Medioevo ci si preoccupava di diventare uomini di Lettere, oggi i ragazzini sognano il palcoscenico televisivo o di fare i calciatori…

"È vero e non deve stupire. L’essere ricordati è un’esigenza tipica dell’essere umano, anche se poi la si declina in modo diverso a seconda delle epoche storiche. Il sogno dei 15 minuti di celebrità, insomma, viene molto prima di Andy Warhol".

A proposito di sogni: qual era il suo da bambino? E come nasce la sua passione per la Storia?

"Quello con la Storia è stato un amore a prima vista. Ricordo di aver trascorso interi pomeriggi immerso nella lettura di riviste di Storia militare. Ma mi appassionavano anche le grandi battaglie. E giocavo con i soldatini. Il resto è venuto da sé. Di certo, sin da bambino, sapevo che volevo scrivere e che un giorno l’avrei fatto".

Pur occupandosi di Medioevo, lei è diventato una star televisiva. Come lo spiega in una società che premia programmi come il Grande Fratello e Ballando con le stelle?

"Non me lo so spiegare in effetti. Ma ciò dimostra quanto la nostra società sia complessa. Da un lato è certamente vero che in Italia si legge poco e di meno; d’altro canto, però, possiamo vantare un ceto colto molto attivo e abbastanza uniforme in tutto il Paese. Anche il posto più piccolo e sperduto ha il suo teatro, la sua biblioteca, il suo Festival. E non scordiamoci che alcuni programmi di approfondimento culturale vengono trasmessi in televisione in prima serata. All’estero accade molto meno".

Tra i tanti personaggi di cui si è occupato ce n’è uno al quale si è affezionato in modo particolare?

"Ho una predilezione per il secolo dei Lumi e per Federico II di Prussia, detto il Grande".

Cosa c’è nel futuro del professor Barbero?

"Certamente la voglia di continuare a fare lo storico e di scrivere tanti altri libri pieni di note, magari provando ad alternare ricerca e divulgazione".