di Roberto Giardina Attraversa il quartiere degli artisti, della Bohème, degli studenti, e dei nazisti, in meno di due chilometri attraversa anche un secolo di storia, la Belle Époque, il III Reich, la guerra, la Schellingstrasse la strada di Schwabing, la Montmartre di Monaco. Qui abitarono o passarono Bertold Brecht e Lenin, Hitler e Thomas Mann, Kandinsky e Fassbinder, e nacque Franz Josef Strauss, il leone della Baviera. Nell’anno 1900, un uomo dalla barba ispida e quasi calvo siede ogni giorno in un angolo dello Schelling Salon, aperto nel 1872 esiste ancora al numero 54. Si fa chiamare Herr Mayer, scrive per ore nonostante il chiasso dei giocatori di biliardo. Ha trent’anni, è Vladimir Ilijch Lenin, esule dalla Russia dello Zar. I suoi articoli li manda a Mosca, ha pochi marchi in tasca, quanto basta per una birra, e non prende mai una stecca in mano. Vent’anni dopo al Salon arriva il giovane Adolf Hitler, reduce di guerra, gioca ma non ama il...

di Roberto Giardina

Attraversa il quartiere degli artisti, della Bohème, degli studenti, e dei nazisti, in meno di due chilometri attraversa anche un secolo di storia, la Belle Époque, il III Reich, la guerra, la Schellingstrasse la strada di Schwabing, la Montmartre di Monaco. Qui abitarono o passarono Bertold Brecht e Lenin, Hitler e Thomas Mann, Kandinsky e Fassbinder, e nacque Franz Josef Strauss, il leone della Baviera. Nell’anno 1900, un uomo dalla barba ispida e quasi calvo siede ogni giorno in un angolo dello Schelling Salon, aperto nel 1872 esiste ancora al numero 54. Si fa chiamare Herr Mayer, scrive per ore nonostante il chiasso dei giocatori di biliardo. Ha trent’anni, è Vladimir Ilijch Lenin, esule dalla Russia dello Zar. I suoi articoli li manda a Mosca, ha pochi marchi in tasca, quanto basta per una birra, e non prende mai una stecca in mano.

Vent’anni dopo al Salon arriva il giovane Adolf Hitler, reduce di guerra, gioca ma non ama il biliardo perché lo battono sempre, e lui preferisce vincere. Il padrone del Salon lo sbatte fuori perché non paga il conto. Di fronte, al numero 44, si trova una macelleria, al terzo piano nel 1915 nacque Franz Josef Strauss. Il macellaio nel 1920 manda il figlio a comprargli una birra al Salon. Un avventore mette in mano al bambino una mazzetta di volantini del primo gruppo di nazisti. Franz li distribuisce ai passanti, il padre lo prende a schiaffoni. La famiglia è cattolica, monarchica, cioè fedele al Re di Baviera e non al Kaiser che volle la guerra. Il macellaio non ama i nazisti, gente senza Dio, e serve di malagrazia Heinrich Himmler che compra da lui le salsicce, le migliori di Monaco.

Hitler lascia il Salon e passa all’Osteria Bavaria, al numero 62, il primo ristorante italiano in Germania, anche se aperto dal tedesco Josef Deutelmoser, il 27 marzo del 1890. È vegetariano e scopre gli spaghetti al pomodoro. A due passi, la tabaccheria Jandiska vende sigari a Henrik Ibsen, che abita al numero 53, a Bertold Brecht e Rainer Maria Rilke. Il giovane Thomas Mann abita poco lontano, al primo piano nella Rambergstrasse al numero 2 (il palazzo fu distrutto dalle bombe). Al 27, vive Frank Wedekind, l’autore di Lulu. Al 33 abita il pittore Franz Marc, gioca a biliardo al Salon con Kandinskij, amico e vicino di casa, che sta al numero 62.

Lo scrittore Oskar Maria Graf incontrava spesso Hitler e i suoi compagni all’Osteria Bavaria, in compagnia di Himmler, Rudolf Hess, Martin Bormann: "Sempre rasato di fresco, sotto gli abiti civili si riconosce il caporale… sa chi sono e leggo nello sguardo il suo pensiero, questo lo elimino appena arrivo al potere". Graf va spesso alla tipografia Müller & Sohn, al numero 51, dove si stampa la rivista Simplicissimus, e anche il Völkischer Beobachter, il giornale dei nazisti. Uscito di galera, dopo il fallito putsch del ’23, Hitler vi stamperà la prima edizione del Mein Kampf. Al numero 50, si trova lo studio fotografico di Heinrich Hoffmann, qui Hitler conoscerà la sua giovane assistente, la bionda Eva Braun. Hoffman avrà l’esclusiva dell’immagine del Führer. Nel ’33 i nazisti bruciano i libri di Graf, che se ne andrà in America.

Dopo la presa del potere, Hitler continua a frequentare l’Osteria. Per paura di un attentato, le pareti della toilette vengono rafforzate con lastre d´acciaio. Unity Mitford, la giovane aristocratica inglese, di secondo nome si chiama Valkyrie, infatuata di Hitler, nel ’35 a 21 anni, va a Monaco, pranza ogni giorno all’Osteria, nella speranza di conoscerlo. Il Führer una sera la nota: "Chi è questo splendido esemplare di donna germanica?", e la invita al suo tavolo.

Ernst Hanfstängl, “Putzi” per gli amici, un gigante di quasi due metri, suona al piano le arie di Wagner per Hitler, e non ama Unity: "È una stupida mucca inglese". Putzi ha studiato a Firenze, a Roma, a Harvard dove è diventato amico del futuro presidente Franklin Roosevelt, ed è amico anche di Chaplin e di Toscanini. Vorrebbe far sposare il Führer con Martha Dodd, la bella figlia dell’ambasciatore americano a Berlino. Ma lei si sceglie un compagno comunista. Quando l’amato Adolf dichiara guerra alla sua Gran Bretagna, Unity delusa si spara un colpo di revolver alla tempia su una panchina dell’Englischer Garten, a due passi dalla Schellingstrasse. Ma rimane in vita. Putzi cambia idea in tempo e fugge a Londra.

Dopo la guerra, nel 1951, Adolf Ernst Deutelmoser, il figlio del fondatore, compromesso con il nazismo, è costretto a cedere il locale che cambia nome, diventa l’Osteria Italiana, tra i suoi clienti Franz Josef Strauss e il regista Rainer Fassbinder. Con fastidio dei gestori Egidio Sommavilla e Prisco De Stefano, oggi i turisti vogliono sedersi al tavolo d´angolo, quello preferito dal Führer, nella saletta appartata ma in vista. Gli spaghetti al pomodoro amati da Adolf costano 14,50 euro.