Kim Ki-duk
Kim Ki-duk

Roma, 11 dicembre 2020 - "Io sono l’acqua… semplicemente fluisco. Non ci sono sistemi o ideologie". L’acqua si è ghiacciata all’improvviso. È morto a soli 59 anni  di Covid, e dopo giorni in cui i suoi collaboratori avevano perso ogni traccia di lui: il regista sudcoreano Kim Ki-duk si è spento in Lettonia, dove era arrivato  il 20 novembre pare per acquistare una casa nella località marittima di Jurmala. Non si era mai  presentato  all’incontro fissato per concludere l’affare, però, ed era dal 5 dicembre che il suo entourage non riusciva a contattarlo. All’ 1.20 della notte tra giovedì e venerdì Kim Ki-duk è morto in un ospedale di Riga. Probabilmente da solo. Il 20 dicembre avrebbe compiuto 60 anni. 


Sessant’anni vissuti spingendo sull’acceleratore di ogni sentimento, dalla crudeltà alla disperazione: "Capisco che molti mi considerino un provocatore. In Corea nove critici su dieci mi considerano pazzo e vizioso. Io non voglio provocare. Voglio essere onesto rispetto alla realtà, o almeno rispetto alla mia visione di quest’ultima", è la frase che forse lo dipinge al meglio, nel mistero di un’esistenza tutta picchi e abissi, sessualità e spiritualità, crudeltà e poesia, senza mai vie di mezzo. 

Nato nel 1960 a Bonghwa, piccolo villaggio della Corea del Sud, Kim si trasferisce a 9 anni a Seoul, dove frequenta una scuola di avviamento professionale al settore agricolo. Finita la scuola dell’obbligo, a 17 anni, a causa delle difficili situazioni economiche della sua famiglia, è costretto ad andare a lavorare come operaio in fabbrica; appena ventenne si arruola in marina per cinque anni. In quel periodo è colto da una crisi religiosa: la sua strada incrocia quella di una chiesa per menomati della vista, e qui inizia a pensare di diventare predicatore.

Sarà però la passione per la pittura, coltivata fin da ragazzo, a rapirlo completamente: nel 1990 compra un biglietto di sola andata per Parigi, dove si mantiene a stento vendendo i suoi quadri e dove inizierà a interessarsi al mondo del cinema. Il debutto alla regia nel 1996 è con 'Coccodrillo', film che racconta la vicenda di un uomo che vive aspettando sotto il ponte di un fiume i suicidi, per poter sottrarre poi ai cadaveri i loro averi.  Da allora è un’escalation che sembra inarrestabile, con il plauso della critica e i poi premi ottenuti dalle sue opere, una dopo l’altra, nei maggiori festival europei: 'L’isola', 2000, infiamma la Mostra di Venezia; 'Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera'  in concorso al Festival di Locarno nel 2003, autentico capolavoro di purezza stilistica e di equilibrio linguistico tra estetica orientale e sentimento universale esce anche in Italia; 'La samaritana', in concorso al Festival di Berlino del 2004, gli fa avere l’Orso d’argento per il miglior regista; sempre nel 2004 Kim Ki-duk gira, senza che i protagonisti si scambino una parola,  'Ferro 3 - La casa vuota' – cui deve molto  il 'Parasite' recente Premio Oscar, ma al cui confronto l’opera di Bong Joon-ho  è a ripensarci adesso  davvero roba all’acqua di rose –  con il quale vince il Leone d’argento/ Premio speciale per la regia alla 61ª Mostra di Venezia. L’anno successivo è la volta de “L’arco”,  Festival di Cannes 2005.

  
Rabbia, violenza, follia distruttiva, ma mai astratti, sempre umani, troppo umani. Degrado e solitudine. L'arte di un mistico dominato dall’estasi della poesia contemplativa, inseguito dai fantasmi della morte, del dolore, dell’eros, tormentato fino alla scarnificazione di se stesso e ribelle a ogni sorta di compromesso, specie alla compiacenza politica visto il tono accusatorio delle sue ultime opere, veementi denunce della corruzione e del potere. "Acqua che scorre", "non do molta importanza alle varie tecniche di ripresa: la macchina da presa come occhio che vede quello che c’è davanti mi garantisce già il 99% di tutto quello di cui ho bisogno": il cinema di Kim Ki-duk porta in scena pochissimi dialoghi e molti suoni, montaggio e regia 'semplici' al servizio di sentimenti profondi, linguaggio simbolico al servizio della realtà delle vite emarginate, prostitute, senzatetto, assassini. Il 2008 è l’anno della tragedia: mentre sta girando 'Dream', l’attrice protagonista rischia la morte, per una scena in cui deve simulare un suicidio per impiccagione. Lei è la sua amata.  Kim Ki-duk va in crisi: depressione, insicurezza, domande su quale sia il confine tra realtà e finzione, il regista si ritira in una catapecchia isolata dal resto del mondo, a meditare sul senso della vita e della morte.

Il cinema lo richiama a sé però, di nuovo, come un destino inelluttabile: anche quella tragedia che sta vivendo diventa un film, un documentario, la «cronaca di un grido d’aiuto». E  “Arirang“ (2011), scelto a sorpresa dai selezionatori di Cannes, trionfa nella sezione 'Un Certain Regard'. Sandali ai piedi, casacche stazzonate, capelli lunghi malamente raccolti in due codini, semplice, umile, accogliente e alla mano, l’uomo più lontano dagli status symbol che popolano di abiti lussuosi i tappeti rossi dei festival, Kim Ki-duk riparte, e nel 2012 vince il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia numero 69 con “Pietà”, manifesto chiaro riferimento alla Pietà di Michelangelo, «sinfonia sproporzionata», di vendetta i cui strumenti sono un giovane demoniaco aiutante di uno strozzino e una donna che si  presenta a lui come la madre che lo ha abbandonato appena nato. Esasperata, gelida eppure visionaria, la 'Pietà' del film è – individualmente e socialmente – spietata al limite della sopportazione, tanto che Kim Ki-duk suggerisce di superarla con ironia, "con un sorriso".  
Sorriso che di certo il regista non può però spendere nel 2018, quando – col #MeToo che arriva in Corea del Sud – viene accusato di stupro da un’attrice, insieme al suo attore-icona Cho Jae-hyun. Secondo la denuncia della donna, durante le riprese di un film in un villaggio remoto, il regista e l’attore molti anni prima l’avevano violentata: "si raccontavano storie di stupri di attrici e c’era un senso di competizione tra di loro", disse lei, e la violenza la segnò tanto da farle abbandonare per sempre la recitazione, e sottoporsi a una lunghissima  terapia. Dopo si fecero avanti altre due donne, per dununciarlo di pesanti molestie. Già assolto in un caso per insufficenza di prove, contro la prima accusatrice nell'aprile 2019 il regista aveva comunque presentato una causa di 1 miliardo di won ($ 880.700) al tribunale distrettuale di Seoul per risarcimento danni.

Prima della denuncia, Kim Ki-duk era tornato a Venezia altre tre volte: nel 2014, fuori concorso con 'Moebius';  nel 2014, alle Giornate degli autori, con 'One on One'; nel 2016, nella sezione Cinema nel Giardino, con 'Il prigioniero coreano'. "Nei miei film non uso la violenza per creare sensazione o scandalo. Non voglio che essa diventi uno spettacolo fine a se stesso e nemmeno che sia la metafora per parlare d’altro. In ogni sequenza dove compare la sopraffazione cerco di introdurre l’idea che attraverso il dolore qualcosa di nuovo può nascere", ha detto.