Che cos’è il romanzo se non una trappola per eroi? Héctor Tobar, 57 anni, nato a Los Angeles da genitori di origini guatemalteche è giornalista (premio Pulitzer) del Los Angeles Times e scrittore (in Italia Einaudi ha pubblicato il suo L’estate dei barbari , 2012). A un certo punto della sua vita s’è trovato a esclamare: "Oh mio Dio. Questo pazzo Joe. Ha vissuto la sua vita come fosse il personaggio di un romanzo perché voleva scrivere il romanzo della sua vita". Tobar ha conosciuto "questo pazzo Joe" quando lavorava a Città del Messico e trovò un diario. "Era di un ragazzo dell’Illinois di nome Joe Sanderson, ucciso combattendo con i ribelli in Salvador, e quando è morto aveva quel diario nello zaino. La mia prima impressione è stata che fosse un equivalente del diario...

Che cos’è il romanzo se non una trappola per eroi? Héctor Tobar, 57 anni, nato a Los Angeles da genitori di origini guatemalteche è giornalista (premio Pulitzer) del Los Angeles Times e scrittore (in Italia Einaudi ha pubblicato il suo L’estate dei barbari , 2012). A un certo punto della sua vita s’è trovato a esclamare: "Oh mio Dio. Questo pazzo Joe. Ha vissuto la sua vita come fosse il personaggio di un romanzo perché voleva scrivere il romanzo della sua vita".
Tobar ha conosciuto "questo pazzo Joe" quando lavorava a Città del Messico e trovò un diario. "Era di un ragazzo dell’Illinois di nome Joe Sanderson, ucciso combattendo con i ribelli in Salvador, e quando è morto aveva quel diario nello zaino. La mia prima impressione è stata che fosse un equivalente del diario boliviano del Che. All’inizio vedevo Joe come un avventuriero, capace di scrivere grandi cose come banalità. Non dimenticherò mai la prima volta che mi sono reso conto che aveva fatto due viaggi in giro per il mondo ancor prima di arrivare a El Salvador. Ho pensato: forse dovrei scrivere un romanzo su di lui". E così ha fatto, dando alle stampe negli Usa The Last Great Road Bum . È diventato lui, Tobar, l’autore del romanzo che Joe voleva scrivere con la sua vita.
Nato nel ’42 nel Midwest, cresciuto in un bel quartiere di Urbana, sede dell’Università dell’Illinois, dove il padre era professore di entomologia, a 20 anni Sanderson lascia la città con in testa più Hemingway che Kerouac, uno zaino, un taccuino e il sogno di diventare scrittore. Da metà anni ‘60 attraversa il Pacifico su un mercantile, scala il Kilimanjaro. Vent’anni, oltre 60 Paesi. Ovunque va, tiene un diario e scrive a mamma e papà. Biafra, Yemen, Sudafrica, Vietnam. Ma è quando arriva a El Salvador, nel ’79, che Joe trasforma quel suo eterno errare e trascrivere appunti in qualcos’altro. E diventa un guerrigliero.
Dal diario: "Non c’è molta copertura tra le rocce e le pallottole arrivano spesse e veloci", è l’attacco di un elicottero contro la sua colonna di ribelli del Fronte popolare Farabundo Marti in guerra contro la giunta militare di El Salvador sostenuta dagli Usa. "Sembravano ragazzini che cercavano di fischiare dopo aver mangiato cracker. Pfffittt! Pfffittt!". Poco tempo dopo, Joe muore. Nel 1982, 17 giorni prima del quarantesimo compleanno, in un ospedale da campo improvvisato. Con il diario (330 pagine) e altri scritti ancora nello zaino. "La sua opera è un’improbabile ma grande storia americana – dice Tobar –, racconta un vagabondo del Midwest che ha scherzato e sognato lungo le strade di cinque continenti, ma alla fine ha scelto di combattere contro un esercito sostenuto dal suo stesso governo".
Anche il viaggio a El Salvador all’inizio sembra una qualsiasi delle sue altre avventure. "Ciao a tutti", scrive ai suoi cari: "Qui fuori sulla spiaggia, un’ora fuori dalla capitale... e nel mezzo di una rivoluzione cosa trovo se non una dannata colonia di surfisti!... La mia prima notte in città mi sono ubriacato...". Poi, Sanderson si ritrova in un quartiere povero di San Salvador, con i rivoluzionari che cercano cure per un compagno ferito. Si offre subito, salva il ferito. Decide, e dice ai ribelli che vuole "partecipare alla lotta". Lo arruolano: nome di battaglia Lucas, è il gringo , occhi azzurri e capelli color sabbia, jeans, camicia beige e bandana rossa, mai un’uniforme, in un esercito di adolescenti e ventenni, un saggio viejo , vecchio. Gli ex compagni lo ricordano come un filosofo, che amava Hemingway. "La luna è in declino, le batterie della torcia in declino, ma volevo scarabocchiare un rapido messaggio" scrive il 14 febbraio 1982, nella sua ultima lettera al padre. "Quindi eccomi qui – ancora grasso e sano (su tortillas e fagioli). Sto ancora sorridendo".
Sorrideva. Forse sapeva che alla fine, per davvero, la sua vita sarebbe diventata un romanzo. Perché – come dice Kundera – che cos’è un romanzo se non una trappola per eroi?