Un'immagine giovanile di Steve Jobs
Un'immagine giovanile di Steve Jobs
L’era digitale, per sua natura, brucia i tempi. Corre più veloce della storia umana. Perciò può capitare che una notizia riguardante Steve Jobs, considerato uno dei geni se non il genio della moderna informatica di consumo, sembri appartenere a un passato lontanissimo. Eppure il guru della Apple se ne è andato appena dieci anni fa (il 5 ottobre 2011), suscitando all’epoca un’impressionante eco globale di lodi e di rimpianti. Oggi è già storia e tutto il suo universo appare coperto dalla patina opaca che il tempo stende sulle cose del mondo. Jobs fu un abilissimo stratega dell’interazione fra hardware e software, immaginò macchine pratiche ma anche seducenti, esteticamente uniche, e perciò pareva sempre in anticipo sui tempi; ma sono bastati dieci anni per relegarlo fra gli uomini del passato. Digitale oggi è sinonimo di social network, di fenomeni come i vecchi Facebook e Twitter e i meno vecchi Instagram e Tik Tok; nella pervadente volatilità della comunicazione...

L’era digitale, per sua natura, brucia i tempi. Corre più veloce della storia umana. Perciò può capitare che una notizia riguardante Steve Jobs, considerato uno dei geni se non il genio della moderna informatica di consumo, sembri appartenere a un passato lontanissimo. Eppure il guru della Apple se ne è andato appena dieci anni fa (il 5 ottobre 2011), suscitando all’epoca un’impressionante eco globale di lodi e di rimpianti. Oggi è già storia e tutto il suo universo appare coperto dalla patina opaca che il tempo stende sulle cose del mondo. Jobs fu un abilissimo stratega dell’interazione fra hardware e software, immaginò macchine pratiche ma anche seducenti, esteticamente uniche, e perciò pareva sempre in anticipo sui tempi; ma sono bastati dieci anni per relegarlo fra gli uomini del passato. Digitale oggi è sinonimo di social network, di fenomeni come i vecchi Facebook e Twitter e i meno vecchi Instagram e Tik Tok; nella pervadente volatilità della comunicazione istantanea, Jobs non è più un guru per nessuno.

Ecco allora la notizia: è stato venduto all’asta per ottocentomila dollari un manuale d’uso del mitico Apple II – il primo computer domestico di largo consumo – autografato proprio da Jobs. La considerevole cifra è stata sborsata da Jim Irsay, proprietario degli Indianapolis Colts, squadra di football americano. Irsay, quando non fa il manager sportivo, pratica con passione e senza badare a spese il collezionismo. È un cacciatore di memorabilia: è noto, fra le altre cose, per avere acquistato la famosa “pergamena“ di Jack Kerouac, ossia i fogli di carta da lucido incollati che costituiscono il manoscritto di On the road, bestseller e libro simbolo della “beat generation“ (per averlo Irsay pagò 2,4 milioni di dollari).

Apple II fu lanciato nel 1977 ed è una pietra miliare dell’informatica: rese amichevole l’uso del computer e fu infatti venduto in molti milioni di esemplari. Nel manuale di 196 pagine messo all’asta, che risale al 1980, oltre alla firma di Jobs compare quella dell’altro “ceo“ della Apple, Mike Makkula, ma è nel messaggio scritto da Steve (per il figlio di un distributore di prodotti Apple) che si concentra il fascino di un libretto di istruzioni altrimenti anonimo: "Julian, la tua generazione è la prima a crescere con i computer. Vai a cambiare il mondo! Steven Jobs, 1980".

È andata proprio così. E tuttavia tale frase suona già vintage, in un mondo che ha relegato i successori di Apple II al lavoro d’ufficio e al presidio della prima fase dell’era digitale. Jobs, certo, è stato anche il padrino degli ambitissimi smartphone con il marchio della Mela, tuttora considerati cool in un mercato sempre più affollato, ma la partita del futuro oggi si gioca su altri piani, distanti dall’universo mentale di Jobs. Viviamo nel tempo dell’immateriale e nuove sono le sfide, nella contraddizione fra antiche promesse di libertà e attualissime invasioni delle vite private, con annesso prelievo dei preziosi dati personali. L’hardware ha perso il suo fascino e perciò il manuale d’uso per Apple II pare un oggetto della preistoria.

I protagonisti della nuova stagione digitale, in testa i “padroni“ dei social network – i vari Zuckerberg, Page, Dorsey per non citarne che alcuni – sono personaggi privi del talento comunicativo e dell’immagine ispirata del “maestro“ Jobs, al quale sono legati per un aspetto più prosaico, ma non meno vero, della sua figura: come lui sono protesi a consolidare, con straordinaria determinazione, i propri prodotti di successo.

Perché Steve Jobs – anche questo dirà probabilmente la storia, quando altra polvere si accumulerà sulla sua figura – è stato principalmente un grande, a volte geniale imprenditore; un uomo che ha dominato la fase nascente dell’era digitale, senza però sposarne l’etica più profonda, che ha un’anima anarchica, una spinta genuina alla condivisione e alla gratuità. In questo senso, l’aura da guru che accompagna l’immagine di Jobs sembra stridere con la realtà del personaggio.

Richard Stallman, il teorico del software libero, alla morte di Jobs non fu tenero con il (co)fondatore di Apple: "Il pioniere del computer inteso come una prigione trasformata in qualcosa che fa tendenza, progettato per separare gli stupidi dalla loro libertà, è morto". Stallman si riferiva alle "manette digitali" di un software chiuso e inesplorabile qual era (e qual è) l’ambiente Apple e si augurava che i successori di Jobs sarebbero stati "meno efficaci" di lui.

Gli eventi dell’ultimo decennio non gli hanno dato ragione: la logica proprietaria è ancora dominante, il software libero una nicchia dorata, come i social network non commerciali che tentano – al momento senza successo – di togliere spazio a quelli più diffusi. Se in tutto questo c’è una morale, potremmo riassumerla così: il manuale per l’Apple II è un polveroso oggetto da museo, Steve Jobs un personaggio storico che dev’essere ancora studiato a fondo.