Stefano Belisari, in arte Elio, è nato a Milano nel 1961
Stefano Belisari, in arte Elio, è nato a Milano nel 1961
Con Enzo Jannacci si è incontrato due volte, ma non ci ha mai parlato. "La prima – racconta Elio – è stata da bambino, quando lui mi ha visitato in ospedale mentre stavo dormendo, la seconda è successa da adulto: eravamo seduti vicini in una sala, ma non ci siamo detti niente. Chissà perché". Ma Stefano Belisari, in arte Elio, ha sempre saputo tutto o quasi dell’autore di Vengo anch’io, no tu no. "Era in classe con mio padre e ne ho sentito parlare fin da quando ero piccolo", racconta. Forse nasce anche da lì lo spettacolo Ci vuole orecchio (Elio canta e recita Enzo Jannacci) che lui sta portando in tournée in giro per l’Italia (le date più immediate sono dal 14 al 16 gennaio a Ferrara, il 28 a Crema e il 29-30 a Saronno). "È un artista che mi piace, mi fa ridere", chiosa. Le rincresce non aver conosciuto, per questioni d’età, la storica Milano di Gaber, del Derby e del bar Gamaica? "Mi sono affacciato a quel mondo a inizio anni ‘80, diciamo che la mia è la generazione di Zelig. Mi hanno sempre colpito le cose strane che Jannacci cantava, perché in quel periodo non si era liberi come adesso di dire qualunque cosa. Lui ha...

Con Enzo Jannacci si è incontrato due volte, ma non ci ha mai parlato. "La prima – racconta Elio – è stata da bambino, quando lui mi ha visitato in ospedale mentre stavo dormendo, la seconda è successa da adulto: eravamo seduti vicini in una sala, ma non ci siamo detti niente. Chissà perché". Ma Stefano Belisari, in arte Elio, ha sempre saputo tutto o quasi dell’autore di Vengo anch’io, no tu no. "Era in classe con mio padre e ne ho sentito parlare fin da quando ero piccolo", racconta. Forse nasce anche da lì lo spettacolo Ci vuole orecchio (Elio canta e recita Enzo Jannacci) che lui sta portando in tournée in giro per l’Italia (le date più immediate sono dal 14 al 16 gennaio a Ferrara, il 28 a Crema e il 29-30 a Saronno). "È un artista che mi piace, mi fa ridere", chiosa.

Le rincresce non aver conosciuto, per questioni d’età, la storica Milano di Gaber, del Derby e del bar Gamaica?

"Mi sono affacciato a quel mondo a inizio anni ‘80, diciamo che la mia è la generazione di Zelig. Mi hanno sempre colpito le cose strane che Jannacci cantava, perché in quel periodo non si era liberi come adesso di dire qualunque cosa. Lui ha indirizzato la mia vita. Pare che anche Vasco Rossi abbia detto di essersi ispirato a Enzo. E in effetti se ci pensate...".

Come è nata in lei la passione per la musica?

"Da ragazzino avevo la casa piena di 45 giri che ascoltavo ossessivamente, i Beatles ma anche Peppino di Capri. Poi è venuto il conservatorio, la band con gli amici...Quando è uscito il primo disco delle Storie Tese, Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu, facevo ancora l’impiegato alla Società interbancaria per l’automazione. Avevo quasi 30 anni ed ero fuori corso a Ingegneria... Eravamo talmente talebani che pretendevamo che la casa discografica pubblicasse quel titolo in lingua singalese".

Quanto devono le Storie Tese al linguaggio degli Skiantos?

"Io sono sempre stato un loro ammiratore fin da quando li ascoltai per la prima volta alla Palazzina Liberty di Milano senza sapere chi fossero. I miei amici un po’ meno. In realtà le nostre ispirazioni sono state infinite: Frank Zappa soprattutto, ma anche il rock inglese, il progressive o le band italiane come Pfm o Banco. Amavo anche gli Squallor, che ascoltavo di nascosto in classe in ultima fila".

È in omaggio a Frank Zappa che avete partecipato a un film porno con Rocco Siffredi?

"Zappa mi ha insegnato una filosofia fondamentale: ci vuole serietà nella ricerca delle cose originali e serve leggerezza nei contenuti. Abbiamo fatto il film con Siffredi dopo aver presentato a Sanremo La terra dei cachi. Altri artisti si sarebbero occupati di un album, noi partecipammo ironicamente a qualche ripresa di quel film. Quando, a fine giornata, lui ci venne a salutare, interrompendo le riprese completamente nudo, non rimanemmo nemmeno stupiti".

Perché non trapela nulla della sua famiglia?

"Perché credo che al pubblico non interessi cosa succede a casa e dove vado a fare la spesa. Per me è una regola ferrea non mettere in piazza il mio privato".

Come mai ama tanto i travestimenti?

"Mi fanno ridere. Abbiamo cominciato agli inizi con mezzi di fortuna e abbiamo proseguito. Forse il migliore rimane quello di Sanremo 2013 con La canzone mononota".

Lo ha spiegato tante volte ma... perché Elio e le Storie Tese si sono separati?

"Non ci siamo sciolti, abbiamo soltanto sospeso l’attività. Ci siamo resi conto che ci si vedeva solo per lavoro e che si andava perdendo il rapporto artistico e di amicizia. Adesso ci frequentiamo per il piacere di stare insieme e ogni tanto facciamo qualcosa. Vedremo se in futuro ne avremo ancora voglia o meno".

Il momento più difficile della band è stata la morte di Feiez sul palco nel ‘98?

"È stata una tragedia che ci ha segnato profondamente. Stavamo suonando e lui è morto all’improvviso. Nei mesi successivi siamo andati avanti lo stesso, ma è stata dura, anche se quello è in fondo il modo migliore di morire per una persona che ami".

Fra poco riprenderà Italia’s Got Talent. Non si annoia a vestire ancora i panni del giudice?

"Al contrario, mi diverte. Tutto è nato durante il programma Lol. Mi sono trovato bene con Frank Matano e ho registrato queste nuove puntate. È vero, in passato ho fatto cinque edizioni di X-Factor, ma poi mi sono stufato. In Italia’s Got Talent manca tutta la parte legata alla guerra fra giudici che nel precedente programma proprio non sopportavo. Ci si diverte e basta".

È vero che il mestiere l’ha aiutata a vincere la timidezza e gli attacchi di panico di cui soffriva da ragazzo?

"Sono salito sul palcoscenico per la prima volta proprio nel tentativo di venirne fuori. È andata bene, ma non avrei immaginato che sarei andato avanti così a lungo. Il teatro è una grande medicina contro l’ansia e le paure, si tratta quasi di una seduta psicanalitica".

Perché ha scelto Elio come nome d’arte?

"La ragione è stupida e lunga da spiegare. Quel che volevo all’inizio era che i miei genitori e gli altri amici non sapessero della mia attività musicale. La storia è andata avanti parecchio prima che mi svelassi".

Con Alessandro Maestri, ha pubblicato di recente un libro, Mi chiamavano Maesutori, dedicato al baseball. Quello sport è una metafora della vita?

"È una passione che coltivo dalla gioventù. Mentre il calcio è poco interessante se non fai il tifo, il baseball, basato com’è sulla strategia, è sempre intrigante anche nelle fasi meno concitate. Maestri impersona il sogno di un qualunque appassionato con quel percorso imprevedibile, che lo ha portato a giocare nella serie A giapponese. Maesutori è il suo cognome in giapponese".

Cosa pensa del prossimo Sanremo?

"Lo guarderò, come sempre. Tutti lo criticano e poi finiscono davanti alla tv. Noi ne abbiamo fatti quattro, sono stati decisamente troppi".