di Giovanni Bogani "Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un ca..o!". Fra gli eventi che rendono più ricca, quest’anno, la Festa del cinema di Roma, c’è una grande mostra di fotografie. Sono foto scattate sul set del Marchese del Grillo, il film di Mario Monicelli interpretato, memorabilmente, da Alberto Sordi nel doppio ruolo del marchese ribelle e burlone Onofrio e del carbonaio alcolizzato Gasperino. Film che, uscito nei cinema italiani il 22 dicembre 1981, compie ora quarant’anni. Alla Casa del cinema, negli spazi intitolati a Sergio Amidei e a Cesare Zavattini – due fra i più grani sceneggiatori del cinema italiano del dopoguerra – saranno esposte, da oggi, sessanta immagini inedite. Sono gli scatti che, sul set e fuori dal set, realizzò il fotografo Enrico Appetito. Sordi lo chiamava "pittore", e quegli scatti li chiamava "I quadri di Appetito", per...

di Giovanni Bogani

"Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un ca..o!". Fra gli eventi che rendono più ricca, quest’anno, la Festa del cinema di Roma, c’è una grande mostra di fotografie. Sono foto scattate sul set del Marchese del Grillo, il film di Mario Monicelli interpretato, memorabilmente, da Alberto Sordi nel doppio ruolo del marchese ribelle e burlone Onofrio e del carbonaio alcolizzato Gasperino. Film che, uscito nei cinema italiani il 22 dicembre 1981, compie ora quarant’anni.

Alla Casa del cinema, negli spazi intitolati a Sergio Amidei e a Cesare Zavattini – due fra i più grani sceneggiatori del cinema italiano del dopoguerra – saranno esposte, da oggi, sessanta immagini inedite. Sono gli scatti che, sul set e fuori dal set, realizzò il fotografo Enrico Appetito. Sordi lo chiamava "pittore", e quegli scatti li chiamava "I quadri di Appetito", per sottolinearne la bellezza, la cura figurativa, l’attenzione alla luce, al chiaroscuro. Alberto Sordi era ossessionato dalla qualità figurativa del film: voleva che si sentisse l’aria del tempo – il film è ambientato agli inizi dell’Ottocento – anche attraverso la luce.

Sì, è anche il film della leggendaria frase "Io so’ io…" con quello che ne segue. Ma non è solo questo. Il marchese del Grillo è un film di grande raffinatezza formale, che nelle sue storie trova ispirazioni non solo in Gioachino Belli, ma anche nelle novelle arabe delle Mille e una notte, per non parlare di Boccaccio e Shakespeare. E non è un caso se la frase "Sor Marchese, è l’ora", che il frate dice sul patibolo a Sordi-Gasperino per condurlo all’esecuzione, è l’epitaffio che Alberto ha scelto per sé, per la propria tomba al cimitero del Verano, a Roma.

La mostra è curata da Tiziana e Claudia Appetito, ed è stata fortemente voluta da Giorgio Gosetti, direttore della Casa del cinema di Roma. L’archivio di fotografia e cinema "Enrico Appetito" è un patrimonio inestimabile di immagini: raccoglie oltre due milioni di scatti, da oltre cinquecento film. Immagini dai film di Antonioni, Rosi, Lizzani, Ferreri, Bertolucci, Argento, Montaldo, Verdone, Germi, Bellocchio, e anche dai set di registi internazionali come Jean-Luc Godard e Costa Gavras.

Sempre nell’ambito della mostra e del film-mito, oggi alle 18 alla sala Kodak della Casa del cinema verrà presentato anche il libro S’è svejatoooo! Ricciotto racconta il Marchese del Grillo, scritto da Giorgio Gobbi, che nel film fu Ricciotto, il servitore del marchese interpretato da Alberto Sordi. All’epoca Albertone aveva 61 anni, "io avevo 24 anni, era il mio primo film", racconta Giorgio Gobbi. "Sordi non mi voleva, all’inizio: pensava che fossi troppo giovane e inesperto. E non aveva tutti i torti: lui avrebbe preferito Califano o Davoli. C’era troppa differenza d’età tra me e lui, per essere davvero due sodali. Monicelli però s’impose. Meno male. Ma quasi subito Alberto si affezionò a me: ogni mattina mi abbracciava e mi dava la ‘scafetta’, un pizzicotto affettuoso sulla guancia. Poi mi diceva: Giorgè, ‘nnamo a fa’ sta cosa?".

"A poco a poco – è ancora Gobbi che parla – si creò un rapporto di continuità affettiva e di grande metodologia professionale. Era molto scrupoloso sulla sceneggiatura, che rivedeva riga per riga con matita e gomma. Potevamo stare anche un’ora nella sua roulotte o in camerino a parlare di una scena che mi riguardava. I dubbi dell’inizio si erano dissolti e, a volte, chiedeva il mio parere".

"Sordi continuò ad avere fiducia in me: tanto è vero – continua GobbiRicciotto – che nel film successivo, Il tassinaro, volle proprio me per interpretare suo figlio, il futuro ingegnere. Siamo diventati amici, sono stato uno dei pochi privilegiati ammessi non solo ad entrare nella sua roulotte, quando girava, ma anche nella sua immensa casa. E mi fatto fare l’aiuto nel suo film Io so che tu sai che io so".

Gobbi ricorda un cinema che non c’è più: "Poter lavorare con Mario Monicelli, e al fianco di Alberto Sordi… beh, sentivi che eri arrivato nel Paradiso del cinema. L’anno dopo il Marchese feci il Conte Tacchia di Corbucci. E in seguito, quando ho girato I soliti ignoti vent’anni dopo, ho potuto conoscere Marcello Mastroianni, mentre in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno ho lavorato con Ugo Tognazzi. Tutti loro mi hanno lasciato un segno indelebile, così come credo che quel cinema lo abbia lasciato nella memoria di tutti noi spettatori".