di Andrea Spinelli Sempre caro le fu quell’ermo colle. Nelle fantasie di Fiorella Mannoia l’infinito leopardiano e la solitudine del lockdown trovano la sintesi pittorica della celeberrima icona del romanticismo, il quadro Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Abituata a copertine efficaci, Nostra Signora delle Hit Parade nel nuovo album Padroni di niente s’arrampica sullo sperone di roccia proteso verso il nulla di Friederich per provare la vertigine di guardare giù. Ma giù, nella sua copia d’autore, non c’è l’Elbsandsteingebirge, il paesaggio boemo vagheggiato sulla tela dal pittore tedesco, piuttosto quell’estraniante agglomerato urbano di grattacieli germinati sulle baraccopoli troppo spesso scambiato ai giorni nostri per civiltà. Otto...

di Andrea Spinelli

Sempre caro le fu quell’ermo colle. Nelle fantasie di Fiorella Mannoia l’infinito leopardiano e la solitudine del lockdown trovano la sintesi pittorica della celeberrima icona del romanticismo, il quadro Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Abituata a copertine efficaci, Nostra Signora delle Hit Parade nel nuovo album Padroni di niente s’arrampica sullo sperone di roccia proteso verso il nulla di Friederich per provare la vertigine di guardare giù.

Ma giù, nella sua copia d’autore, non c’è l’Elbsandsteingebirge, il paesaggio boemo vagheggiato sulla tela dal pittore tedesco, piuttosto quell’estraniante agglomerato urbano di grattacieli germinati sulle baraccopoli troppo spesso scambiato ai giorni nostri per civiltà. Otto brani in tutto, prodotti dal compagno d’arte e di vita Carlo Di Francesco, per i quali la Rossa ha scelto la penna amici some Amara, Ultimo, Bungaro, Cesare Chiodo, Simone Cristicchi. Sono una figlia scioglie nella stessa lacrima le consapevolezze di Fiorella e la denuncia della giovane cantautrice viterbese Arianna Silveri, in arte Olivia XX, per parlare delle spose bambine. "L’unica senza un lieto fine dell’album, perché nella vita non sempre si vince". Una chance che l’interprete romana ha voluto offrire ad Arianna-Olivia regalandole lo spazio di quella ’canzone sospesa’ (come certi caffè nei bar napoletani) che mette a disposizione degli autori emergenti in ogni suo disco e di cui, nel predecessore Personale, aveva approfittato Antonio Carluccio.

Perché ha scelto di rifarsi iconograficamente al manifesto del romanticismo teutonico?

"M’intrattengo spesso con Amara facendo riflessioni sulla vita in generale, ci siamo resi conto che noi occidentali, abituati a sentirci invincibili, padroni di tutto. È bastata una minuscola entità biologica per metterci in ginocchio tutti e farci riflettere sul fatto che, in realtà, siamo padroni di niente. Da qui l’idea di rifarci alla tela di Friedrich".

Un album figlio del lockdown, quindi?

"Sì, di quello primaverile quando eravamo tutti chiusi. In quel momento i nostri pensieri volavano alti. Eravamo sospesi e c’interrogavamo tutti sul senso della vita. Si parlava addirittura di un nuovo Umanesimo e sulla necessità di rimettere al centro l’uomo, anche a scapito del profitto. Cantavamo sui balconi, sentivamo uno spirito di popolo che voleva farci abbracciare tutti. Eravamo estasiati dai canali di Venezia coi pesci e dalla natura che si riprendeva i suoi spazi. Poi, però, tutto è tornato come prima, se non peggio. Ora che viviamo una fase diversa, queste canzoni le inciderei probabilmente con un’altra sensibilità".

Con un certo ottimismo, ha fissato la prima del tour il 12 maggio dall’Europauditorium di Bologna. Convinta?

"In un modo o nell’altro dobbiamo ripartire. A teatro pieno o dimezzato, dobbiamo farlo. Pure io avrei potuto far slittare questo disco all’anno nuovo, ma alla fine mi sono resa conto che anche la sua pubblicazione ora è una forma di resistenza".

Lavoratori dello spettacolo. Tra i suoi colleghi c’è chi dice "ci pensi lo Stato", chi ritiene che l’intervento privato si debba associare ad un sistema di welfare predisposto dal Governo e chi propone di mettervi tutti una mano in tasca per scavalcare ogni burocrazia. Lei da che parte sta?

"È giusto mettersi le mani in tasca per finanziare i fondi creati dai privati a favore della gente di spettacolo, ma è altrettanto giusto alzare la voce con lo Stato perché la categoria dei lavoratori dello spettacolo venga tutelata. Sono 250 mila, in gran parte ignorati. Siamo tornati alla percezione che con la cultura non si mangia; o, forse, siamo partiti da là e abbiamo continuato a rotolare giù per la china. Questa idea che gli artisti ‘fanno divertire’ è inaccettabile, perché le arti hanno cambiato generazioni intere. Forse anch’io ho aiutato qualcuno con le mie canzoni...".