Ghigo Renzulli (67 anni) con Piero Pelù: a Ghigo il premio Mei per i 40 anni di carriera
Ghigo Renzulli (67 anni) con Piero Pelù: a Ghigo il premio Mei per i 40 anni di carriera
di Davide Rondini C’era una volta la cosiddtta musica "indipendente" o della "scena indipendente" come dicono i più trendy. C’era una volta la musica libera da dettami del mercato, dalle etichette forti o dalle multinazionali dei concerti e delle televisioni. Roba strana, vivace. Potrebbe iniziare così una favola triste che invece non vorremmo raccontare. Non vorremmo dire "c’era una volta" ma dire c’è, anche se non si vede in superficie cercala, ne vale la pena. Ma prima lo strapotere delle televisioni (e il vizio di fare compromessi artistici per soldi) ora le strette del Covid sembrano condannare a morte un settore della musica che campava di concerti, locali dove si suona dal vivo,...

di Davide Rondini

C’era una volta la cosiddtta musica "indipendente" o della "scena indipendente" come dicono i più trendy. C’era una volta la musica libera da dettami del mercato, dalle etichette forti o dalle multinazionali dei concerti e delle televisioni. Roba strana, vivace. Potrebbe iniziare così una favola triste che invece non vorremmo raccontare.

Non vorremmo dire "c’era una volta" ma dire c’è, anche se non si vede in superficie cercala, ne vale la pena. Ma prima lo strapotere delle televisioni (e il vizio di fare compromessi artistici per soldi) ora le strette del Covid sembrano condannare a morte un settore della musica che campava di concerti, locali dove si suona dal vivo, piccole e tenaci distribuzioni, piccoli e medi festival di grande qualità come il leggendario Mei (Meeting delle etichette indipendenti) nato a metà dei ’90 Faenza. Il lavoro di 100. 000 persone. E proprio Giordano Sangiorgi patron dell’iniziativa simbolo del settore e laboratorio per tanti artisti lancia l’allarme, a nome di StaGe il Coordinamento di Musica e Spettacolo dal Vivo. "Case della musica chiuse: ogni giorno chiude un club per i concerti live in ogni parte d’Italia e tanti festival estivi, spina dorsale della cultura italiana, non si sa se riapriranno mai".

La musica dunque libera finisce? "A fine pandemia – continua Sangiorgi – ci troveremo in un’assenza spaventosa di palchi per i giovani artisti emergenti che rischia di cancellare tutta la filiera dello scouting del Made in Italy musicale non avendo più “palestre” dove confrontarsi, crescere e svilupparsi".

Tutto questo accade in un silenzio rumorosissimo. Il Governo pare rispondere a tutte le esigenze del settore musicale e dello spettacolo con sostegni e bandi, ma, dicono quelli di StaGe, lo ha fatto con risorse a supporto totalmente insufficienti e a favore di una platea ristretta di beneficiari. Dimenticati i "descamisados". Dunque i virus che rischiano di uccidere la musica indipendente sono due. Da un lato le restrizioni che hanno abbattuto tanti operatori e artisti, dall’altra il fatto che gli aiuti premiano quelle che Sangiorgi chiama "Big Player del settore, spesso con sede centrale all’estero".

Oltre al danno dunque si profila una beffa per un settore che crea il 90% degli eventi che fanno comunità in tutto il Paese, che muove il 40% della nuova discografia di lancio di nuovi artisti che poi diventeranno famosi, e una enorme mole di traffico digitale attraverso dirette live in streaming. Un movimento indipendente appunto fatto da migliaia di piccole imprese, per le quali StaGe prevede la cancellazione e la chiusura per la metà entro la prossima primavera mentre l’altra metà rischia di essere acquisita da big player o occupata da attori di mercati mainstrean.

Un allarme che non attacca il governo ma chiede di fare di più. StaGe porterà a un "tavolo" convocato al MiBact le proprie richieste di attenzione. Immagino quel "tavolo" bello colorito, vorrei ci fossero giovani cantanti di talento, bizzarri produttori in pelliccia, titolari di bar sempre a rischio chiusura perchè i gatti della signora di sopra non sopportano gli a-soli di sax, meravigliosi musicisti ignoti che hanno avuto momenti di gloria, veri o presunti, accanto a miti del rock, magnifici ossessionati da gruppi berberi, uzbeki o finnici.

Insomma, vorrei un tavolo serio, dove c’è posto per gente della tribù degli indipendenti. Quelli che la musica bella la amano più di se stessi e perciò han sempre pensato a come farla vivere più che a venderla.