Max Pezzali, non solo musicista, firma il libro ‘Max 90’ edito da Sperling&Kupfer
Max Pezzali, non solo musicista, firma il libro ‘Max 90’ edito da Sperling&Kupfer

Il primo ‘chiodo’ non si scorda mai. Lo indossavi e ti sentivi un ribelle come Marlon Brando o un’icona punk rock come i Clash, "anche se poi al bar ti guardavano come se tu fossi un deficiente", ride Max Pezzali che in quel giubbotto di pelle nera ha sempre visto un elemento identitario: "Per comperarmi il chiodo, partii da Pavia e andai alla fiera di Sinigallia, all’epoca mercato delle pulci di Milano: lo pagai 200mila lire ed era di un materiale indefinibile, eppure a me piaceva tantissimo. Però, alla prima occasione, mia mamma lo fece sparire". Da trent’anni Max è sulla cresta dell’onda con le sue canzoni che raccontano di storie sincere, di chiacchiere da bar, di viaggi ‘a casa di Dio’, di miti e di moto, di amori e delusioni: con gli 883 il suo successo è fiorito proprio negli anni ‘90, il decennio ‘fighissimo’ che rievoca in un libro spigliato e divertente, Max 90. La mia storia (Sperling & Kupfer). Dal ‘deca’, diecimila lire per pizza e bibita, fino all’autoradio che ti toccava portare sottobraccio, ritroviamo oggetti, atmosfere, desideri di un’epoca che sembra già lontanissima. "Noi abbiamo vissuto il passaggio dal mondo analogico a quello digitale. E abbiamo visto un mondo che non c’è più", dice Max.

Ma cosa rimpiange di quegli anni?

"Prima di tutto la giovinezza. In particolare ho nostalgia dell’ottimismo epocale che si provava allora, l’idea che il terzo millennio avrebbe portato la soluzione di tanti problemi. Non eravamo scemi: sapevamo che anche allora c’erano molti guai, dalle stragi di mafia alla guerra in Jugoslavia, ma vivevamo in una sorta di consapevolezza di poter cambiare le cose".

Non è andata così...

"Nel libro gli anni ‘90 arrivano fino all’attentato alle Torri Gemelle, settembre 2001. Per me fu come la fine dell’innocenza".

E cosa le manca di più?

"La possibilità, che noi avevamo, di poter ‘scomparire’ e ogni tanto prendere del tempo per noi stessi. Il cellulare era oggetto d’élite, internet era agli esordi, non stavamo sempre connessi come oggi. E poi non eravamo tutti convinti di essere esperti di tutto. Oggi c’è chi guarda un video su Youtube e già si sente autorizzato a dire la sua. Manca l’umiltà di quel tempo, quando ancora c’era consapevolezza della propria ignoranza".

Ma suo figlio di 12 anni la considera un ‘boomer’, uno di un’altra generazione?

"Sì, però lo fa quasi per proteggermi, come se voglia aiutarmi a non diventare ridicolo. Per esempio, mi ha dato dei limiti e mi ha vietato di fare dei video su Tik Tok..."

Cosa ha significato per lei vivere in una piccola città?

"Non avevamo a portata di mano tutte le soluzioni che erano a disposizione di chi stava nella metropoli, per cui dovevamo abituarci a riempire gli ‘spazi mancanti’ e si sviluppava la creatività. I provinciali erano sempre sottovalutati: una condizione per fare un passo in più".

Ha vissuto così anche il rapporto col successo?

"Ho sempre affrontato la notorietà con una certa ansia. Come i contadini pensano alle grandinate, anche io temevo che qualcosa, prima o poi, potesse non andar più bene. Quindi forse a volte non me la sono goduta appieno. E al bar ero sempre quello di prima...".

Ovvero?

"Al bar di provincia puoi anche essere diventato famoso ma ti rimarrà sempre addosso l’etichetta che loro ti hanno appioppato. Comunque per me era quasi rassicurante: mi è servito a non montarmi la testa".

Se sei amico di una donna non ci combinerai mai niente: è la "Regola dell’amico". Ma con lei non ha funzionato...

"È vero, ho sposato la mia migliore amica. Infatti ho capito che quella regola ha delle sfumature. Se nell’amicizia fra un uomo e una donna non ci si svela completamente, ecco, forse quello può diventare amore".

Ha voglia di tornare sul palco?

"Ho dovuto rinviare all’estate 2022 i due grandi concerti a San Siro. Il mio amico Lodo Guenzi mi ha detto che arrivare a trent’anni di carriera e fare due San Siro da tutto esaurito, proprio mentre esplode una pandemia globale, è la perfetta sintesi della ‘poetica della sfiga’ degli 883. Ma spero che ne usciremo presto. Ne abbiamo tutti bisogno".