Adolf Eichmann (1906-1962) in aula a Gerusalemme. Fu impiccato il 1° giugno ’62
Adolf Eichmann (1906-1962) in aula a Gerusalemme. Fu impiccato il 1° giugno ’62
di Roberto Giardina Anche le vittime erano incredule nell´ascoltare i testimoni al processo Eichmann, che si aprì a Gerusalemme sessant’anni fa, l’11 aprile del 1961. Si svelò al mondo l´orrore della Shoah, perfino in Israele si taceva, i sopravvissuti per continuare a vivere non volevano ricordare, e i giovani non chiedevano. Chi era scampato temeva la domanda ingiusta: perché solo tu ce l’hai fatta? La salvezza come fosse una colpa. La Shoah era un tabù. Il giudice, Moshe Landau (1912-2011), era un uomo giusto, anche lui aveva difficoltà a capire. Nato a Danzica, studiava legge a Londra quando Hitler arrivò al potere, e non tornò, seguì i genitori in Israele. La sua preoccupazione fu che il processo a Adolf Eichmann, 55 anni, non si trasformasse in vendetta. E redarguiva i testimoni che insultavano l’imputato: racconti solo i fatti. Moshe Bejski, successore di Landau alla Commissione dei Giusti tra i popoli nel 1970, che premia quanti...

di Roberto Giardina

Anche le vittime erano incredule nell´ascoltare i testimoni al processo Eichmann, che si aprì a Gerusalemme sessant’anni fa, l’11 aprile del 1961. Si svelò al mondo l´orrore della Shoah, perfino in Israele si taceva, i sopravvissuti per continuare a vivere non volevano ricordare, e i giovani non chiedevano. Chi era scampato temeva la domanda ingiusta: perché solo tu ce l’hai fatta? La salvezza come fosse una colpa. La Shoah era un tabù. Il giudice, Moshe Landau (1912-2011), era un uomo giusto, anche lui aveva difficoltà a capire. Nato a Danzica, studiava legge a Londra quando Hitler arrivò al potere, e non tornò, seguì i genitori in Israele.

La sua preoccupazione fu che il processo a Adolf Eichmann, 55 anni, non si trasformasse in vendetta. E redarguiva i testimoni che insultavano l’imputato: racconti solo i fatti. Moshe Bejski, successore di Landau alla Commissione dei Giusti tra i popoli nel 1970, che premia quanti aiutarono gli ebrei, fu testimone contro Eichmann, e raccontò l’esperienza a Gabriele Nissim, nel libro biografia Il tribunale del bene (2002). Era nato in Polonia, nel 1921, e si salvò grazie a Oskar Schindler, tutta la sua famiglia scomparve a Auschwitz.

"Mi trovai nella posizione di chi deve spiegare a chi non ha vissuto quegli anni. E non sempre gli altri capiscono, perché non riescono a mettersi nella nostra situazione… Fui interrogato per un fatto a cui assistei nel lager di Plaszow. Tutti gli internati, saremmo stati quindicimila, venimmo radunati al centro del lager dove erano erette due forche. Impiccarono un ragazzo di quindici anni, che aveva fischiettato una canzone russa, e un uomo di cui ignoro la colpa. Gideon Hausner, il pubblico ministero, poneva domande burocratiche, fredde, a un tratto mi apostrofò: eravate in quindicimila, le guardie qualche decina, perché non vi siete ribellati, e non avete liberato i due condannati a morte? Rimasi come fulminato, non riuscii a rispondere. Ero svuotato, consapevole del distacco tra noi e quanti non avevano vissuto. Il pubblico ministero insinuava che fossi anch’io colpevole, per la mia ignavia, di quelle due morti".

Sei milioni di morti è una cifra astratta, difficile da “sentire“, ci colpisce più la morte di una sola vittima, di cui conosciamo il nome, e il volto. Il medico Josef Buschminski fu chiamato a raccontare quel che vide a Przemsyl, una cittadina in Polonia. "Ma lei come ha fatto a essere presente, qui?" volle indagare il pubblico ministero. "Mi nascose in casa sua una ragazza polacca. Anche lei oggi è qui, è mia moglie". Vide una giovane madre porgere al di là del filo spinato il figlio a delle donne polacche. Una SS le strappò il bambino dalle mani, la uccise con una raffica, fece a pezzi il piccolo e gettò i brandelli ai cani affamati. Nell’aula del tribunale lo ascoltarono increduli. Anch’io, non posso soffocare un dubbio istintivo nello scrivere queste righe. Eppure il fatto è vero. Il medico raccontò un altro episodio: il capo del lager, Josef Schwammberger, fustigò un giovane prigioniero con 80 colpi di staffile. Un perito commentò: il ragazzo non sarebbe sopravvissuto a 50 colpi. "Chi era quel giovane?" chiese Hausner. "È il poliziotto che sta al suo fianco". Si chiamava Michael Goldmann, oggi ha 92 anni, e fu chiamato a confermare: "Non furono 80 colpi, disse, io ne contai 81".

Il difensore, il tedesco Robert Servatius sostenne che il processo era illegale: lo Stato di Israele esisteva da 13 anni, non poteva giudicare l’imputato per eventi avvenuti prima. Eichmann doveva essere processato nella sua Germania (dove non esiste la pena di morte). Ed era stato rapito dal Mossad a Buenos Aires, violando il diritto internazionale. Era nascosto in Argentina da dieci anni, ma si sapeva dal ´58 dove fosse. Fu il procuratore di Francoforte Fritz Bauer a informare il Mossad, perché i suoi superiori lo avrebbero bloccato. Anche lui violò la legge.

Eichmann fu condannato a morte il 15 dicembre, giustiziato il primo giugno del ´62. Un processo illegale? C´è una legge superiore alle leggi degli uomini. Il giudice Landau volle evitare che Eichmann fosse considerato un mostro. I mostri non siamo noi, l´imputato era uno come noi. Hannah Arendt scrisse La banalità del male. Fu criticata, anche da Golo Mann. Il male non è mai banale. Anche a lei non piaceva il titolo, avrebbe voluto scrivere "follia", prevalse l’editore. Eichmann sostenne di essere un piccolo burocrate, di aver obbedito agli ordini. Ma collaborò con entusiasmo a organizzare lo "sterminio industriale" per far carriera. Nel III Reich non si rischiava la vita per aver disobbedito a un ordine, nonostante quanto si vuol credere. Neanche i soldati chiamati a far parte di un plotone, o a prender parte a una rappresaglia. Qualcuno osò, furono pochi.