23 mar 2022

Il tempo della scelta, sotto le bombe a Roma

Nel nuovo romanzo di Walter Veltroni una famiglia messa alla prova nei drammatici giorni del luglio ’43, alla caduta di Mussolini

agnese pini
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Papa Pio XII davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano dopo il bombardamento del 13 agosto 1943
Papa Pio XII davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano dopo il bombardamento del 13 agosto 1943
Papa Pio XII davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano dopo il bombardamento del 13 agosto 1943

di Agnese Pini

Di fronte alla guerra la prima emozione che proviamo è la paura. L’istinto cieco della paura l’abbiamo sperimentato in questi giorni, quando alla fine di febbraio la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina. La paura è un’emozione dell’infanzia, è annichilente, paralizzante: quando hai paura ti immobilizzi, esattamente come fanno i bambini al risveglio da un brutto sogno.

Esiste un solo antidoto alla paura: è il coraggio, o la forza, della scelta. Per questo la scelta, a differenza della paura, è la cifra della maturità: imparare a scegliere è ciò che ci trasforma in uomini e donne. È soprattutto qui, in questo passaggio di crescita e di formazione, il senso dell’ultimo romanzo di Walter Veltroni. Il titolo è, appunto, La scelta (Rizzoli, 2022).

Il tempo è quello della seconda guerra mondiale, il luogo è quello della Roma travolta dalla caduta di Mussolini nel luglio del 1943: la settimana che, tra le bombe su San Lorenzo e il rovesciamento del Duce, decise il destino di un Paese. Ma i suoi paradigmi, le sue tragedie intime e collettive, si diluiscono nei sentimenti universali che appartengono a ogni conflitto e a ogni dolore. Ricordandoci pagina dopo pagina che se la storia non insegna mai nulla a nessuno, il prodotto delle sue vittorie, dei suoi drammi e delle sue sconfitte si riproduce intatto nell’animo umano, sempre uguale a se stesso attraverso le generazioni.

Così nei conflitti della famiglia De Dominicis chiamata a scegliere da che parte stare – coi fascisti o contro i fascisti? – riconosciamo i conflitti dell’oggi, chiamati a un’altra scelta di campo, a un’altra decisione. Perché questo impone ogni guerra: l’ineluttabile dovere di schierarsi.

Nella crepa che divide il padre – Ascenzo, fascista, usciere per l’agenzia di stampa Stefani – e il figlio – Arnaldo, diciotto anni, convinto antifascista – ritroviamo le lacerazioni che sconquassano sotto le bombe a Kiev come a Mariupol milioni di famiglie: divise dalla fuga o dai combattimenti, dalla resistenza o dalla resa davanti ai russi, che del popolo ucraino sono stati fratelli, che con il popolo ucraino dividono ancora oggi non solo la lingua, in molte regioni, ma addirittura il sangue. Rendendo così estremamente labile la linea che separa i fronti contrapposti. Dirà Arnaldo al padre: "Noi siamo due nemici, papà. Due nemici che si amano, ma siamo nemici". A ricucire strappi e ferite c’è la madre, Maria, e c’è poi il trauma della figlia Margherita, quattordici anni, costretta a diventare donna sotto le bombe di San Lorenzo.

Nelle pagine di Veltroni non c’è nessun compiacimento, nessuna facile morale e nessuna rassicurante certezza nel delineare la storia di una famiglia, e con essa di un Paese, che ripudiò il fascismo caduto sotto gli errori e gli orrori della seconda guerra mondiale. E se il fascismo era stato innanzitutto conformismo – così Arnaldo: "Il fascismo è come un collegio" – anche il suo rifiuto sembra montare sull’onda conformista di un popolo che scelse, sì, ma senza la necessaria consapevolezza, di rinnegare Mussolini. Una rimozione, più che una scelta. La stessa rimozione che farà scrivere a Umberto Eco, decenni dopo, "L’eterno fascismo".

C’è infine, nel libro, insieme all’orrore della guerra, il desiderio della pietà e del raccoglimento. C’è la lettera di un soldato romano dal fronte sovietico (la lettera è vera, perché questo è innanzitutto un romanzo storico, frutto di lavoro sulle carte e negli archivi), che scrive alla figlia – amica di Margherita – le ultime righe prima di abbandonarsi al gelo della morte: "Io resto qui. Addio. Stanotte mi coprirò di neve. E voi che ritornate a casa pensate qualche volta a questo cielo di Cerkovo. Io resto qui con altri amici in questa terra. E voi che ritornate a casa sappiate che anche qui, dove riposo, in questo campo vicino al bosco di betulle, verrà la primavera". Cerkovo è l’italianizzazione di Kharkiv.

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