di Paolo Pellegrini

Con quel profumo fresco e riccamente fruttato, con quel gusto sbarazzino e frizzante, con la gradazione alcolica sempre contenuta può essere un buon compagno per la pizza, al posto della solita birretta. O contendere al lambrusco il ruolo di chaperon per un bel tagliere di salumi e formaggi. O rallegrare una serata vicino al fuoco scoppiettante di un camino, con le caldarroste.

E anche scaldare di colori e profumi la tradizione del Törgglen, quando nelle valli dell’Alto Adige a fine vendemmia i vignaioli incrociano gli allevatori che riportano il bestiame nelle stalle, e si fa bisboccia con patate e crauti, piatti di schluzkrapfen, salumi, formaggi e castagne.

Emergenza Covid (non) permettendo. Peccato, perché quest’anno – secondo Coldiretti – sarebbero pronte (e stappabili fin dal 30 ottobre) 3 milioni e mezzo di bottiglie di vino novello, per un giro d’affari intorno ai 20 milioni di euro. Quasi il doppio dei 2 milioni di tappi del 2019, ma certo assai lontani dai 17 milioni di dieci anni fa. Finendo per superare di gran lunga, e non soltanto da noi, il “compare” più famoso d’Oltralpe, il Beaujolais nouveau, che ha comunque lo svantaggio di arrivare dopo sul mercato:è in vendita alla mezzanotte del terzo giovedì di novembre.

Intendiamoci, non sono la stessa cosa. Le differenze sono tante: in Francia si cominciò a pensarlo, il “vin primeur”, negli anni Trenta e a lanciarlo a metà degli anni Cinquanta, mentre qui da noi i primi a produrlo con le proprie corazzate furono Antinori e Gaja nel 1975, ma già Nino Negri in Valtellina nel 1973 aveva dato vita al suo “Primizia”. Poi: il francese si fa soltanto con le uve meno nobili dei cru del grande vigneto Beaujolais, 15mila e passa ettari nel sud della Borgogna, di varietà Gamay, in Italia invece il disciplinare nobilita il Novello ammettendo l’uso di 60 vitigni (dei quali 7 internazionali) ma solo nell’ambito delle denominazioni, Docg e Doc, o degli Igt. In comune invece la metodica di produzione, la fermentazione con macerazione carbonica in contenitori ermetici saturi di anidride carbonica, che a fine procedimento – in Italia la vinificazione non deve durare meno di 10 giorni e la macerazione può interessare al massimo il 40% dell’uva, in Francia invece fino al 100%.

Ecco perché non va confuso con il vino “nuovo”, cioè quello giovane che a novembre comincia il cammino di invecchiamento. Va da sé che le uve più adatte sono quelle a bacca rossa, e il Merlot è il principe, ma va forte anche il Pinot Nero e i vitigni autoctoni delle varie regioni; eppure non mancano i vini novelli bianchi, soprattutto al nord.