Luca

Bonacini

Non poche tracce di vino punteggiano la vita e le opere di Giacomo Leopardi, poeta più importante dell’Ottocento italiano e tra i maggiori al mondo. A Montemorello nelle Marche, la meravigliosa biblioteca di famiglia conserva i libri con cui studiava e i testi di agronomia per i vigneti della tenuta, che grazie ai suoi discendenti continuano a produrre vino. Era stato lui a voler partire, ma quando scrive al padre viene colto da nostalgia ricordando i vini e i cibi della sua regione, che vorrebbe fossero maggiormente conosciuti nel resto della penisola e pur dovendo bere con moderazione a causa della cagionevole salute, nelle lettere rivela di conoscere i vini e le cantine milanesi, bolognesi, napoletani. Non di meno le sue opere altrettanto intrise del nettare di Bacco. Nelle odi A mecenate il ‘debol vino’ è la seconda spremitura, nelle odi Al servo, si beve in ‘tazze concave’, nelle odi A Quintilio Varo, ‘…ci ammonisce di por limite al vin, che smoderato a tutti nuoce…’, mentre nella canzonetta Campagna, ‘Lieti il dolce vino bevono alla grata mensa amica…’. Ancor di più nello Zibaldone, dove il poeta si dedica a profonde riflessioni, assimilando il vino al sangue, che incarna il succo della vita, ed è un elemento della natura che riporta all’Eden, fino a diventare un ‘efficace consolatore’ che infonde al corteggiatore timido, vigore e coraggio, aiutandolo a ...’rendersi coraggioso, non curante, pensar poco alle conseguenze e se non altro brillare nella compagnia coi vantaggi della disinvoltura’. Ma è anche l’ebbrezza che fa dimenticare la realtà, da allegria e ci fa apprezzare la bellezza, dove il torpore alcolico e l’assopimento che viene dopo è gradito, perché interrompe l’angoscia dell’esistere. Tuttavia anche il cibo sarà un elemento non marginale, lo sappiamo grazie al ritrovamento di una lista autografa che raccoglie 49 ricette, tra cui tortellini, maccheroni, tagliolini, fegatini e frittelle di riso, compilata dal poeta durante la sua permanenza a Napoli, tra il 1833 e il 1837.