Nadia Terranova
Nadia Terranova

I dieci giorni che mancavano al Natale Marta li contava con la lunazione, unico calendario che le importasse. Il novilunio del quattordici dicembre coincideva con un’eclissi di sole, visibile solo nell’altro emisfero – Marta pensò all’Argentina, dove era stata con Massimo, diciannovenne lei e venticinquenne lui, tutti e due affamati di politica e rivoluzione, e certo anche di sesso, anche se non ci facevano caso, facevano l’amore dei vent’anni: di continuo e dando per scontato che sarebbe stato così feroce per sempre. Amarsi come mangiare, come bere, come infilarsi le mutande al mattino, ordinare un caffè in una lingua non madre, filare dritti in Patagonia con la Buenos Aires di Borges dentro il cuore e alle spalle. Amarsi come parlare di guerriglia con i compagni argentini e sentire che bisognava portare quelle istanze in Italia, fino nella sperduta provincia del Sud in cui Marta e Massimo erano nati. Era bello, Massimo, all’epoca: alto, magrissimo, con i baffi latini e tenebrosi che si portavano alla fine degli anni Settanta. Marta era solo carina, vagamente anonima, occhi nocciola e capelli spioventi, una qualsiasi studentessa di una qualsiasi foto dell’università. Microscopica: così si vedeva, a ripensarci, e capiva cosa le altre ragazze, le spasimanti di Massimo, non le avevano mai perdonato, quel suo non essere speciale in alcun modo.

Alla faccia loro, il Natale in Argentina era stato un Natale d’amore.

Erano passati quarant’anni e in mezzo era finito il mondo, non solo la loro storia. Il mondo era finito almeno una volta in ogni decennio: entrambi si erano sposati con altre persone ed entrambi avevano divorziato, entrambi si erano risposati e nessuno dei due aveva più divorziato, ma solo perché non si può passare la vita a divorziare. Entrambi avevano perso case, lavori, genitori. Avevano anche ricevuto, e non poco: figli, amore, opportunità – ma a Natale si fa la conta di quello che non c’è, non di quello che abbonda. E poi, quell’anno, il mondo era finito più intensamente del solito: quando Marta e Massimo erano ribelli e innamorati si erano immaginati grandi in molti modi, ma mai nessun sogno né incubo prevedeva una pandemia. Si erano immaginati morti, vivi per miracolo, eroi politici in mezzo al trionfo della dittatura proletaria, sconfitti ed esuli in Sudamerica, tangueri in una sala di Buenos Aires, dove, ne erano certi, sarebbero tornati, perché l’aria della città era rimasta loro dentro i polmoni. Si erano immaginati sposati, divorziati, genitori, nonni: avevano passato il viaggio di ritorno a parlare di futuro e a chiedersi dove sarebbero stati quarant’anni dopo, e se a vent’anni, da militanti, veniva facile immaginarsi a irrompere nella sede di un partito avversario con un passamontagna chi avrebbe mai potuto immaginare due signori di mezza età andare a fare la spesa con una mascherina chirurgica?

Il vezzo di guardare ogni mattina il calendario lunare Marta l’aveva sempre avuto. Della luna le piaceva innanzitutto il vocabolario, l’idea di sostituire “terra” con “luna”: l’allunaggio, i lunamoti, come un lessico dei bambini quando si fissano con una parola e la ficcano dappertutto, e d’altra parte, c’erano parole che con “terra” non esistevano. Pensando a “terralunio”, Marta sorrise.

Si forzò un po’ per uscire, decisamente non aveva voglia. Prima diede una sbirciata al social network dei vecchi, quello che ormai usava solo la sua generazione, e scoprì che proprio quella mattina Massimo aveva postato un commento indignato sull’ultimo decreto che regolamentava gli spostamenti. In quel viaggio in Argentina per poco non si beccava una coltellata allo sterno per averla difesa in pieno giorno da uno scippo, e ora quel ventenne esagitato e anche un po’ mitomane si era trasformato in un signore canuto per il quale la più feroce idea di ribellione era lamentarsi pigiando su uno smartphone. Ribellarsi a cosa, poi? Marta sentì un moto di insofferenza: possibile che stessero tutti a lamentarsi perché, per una volta, non si potevano passare due giorni rossi sul calendario nel modo in cui tutti si erano sempre lamentati di non volerli passare? Guardò la penultima foto che Massimo aveva postato: un pupo di pochi mesi nudo e assonnato, su un cuscinetto azzurro. C’era scritto: “Massimo Amore.” Chissà quante lunazioni erano intercorse tra quel viaggio in Argentina e il suo amore dei vent’anni diventato nonno: si sarebbe messa a contarle, magari così avrebbe ingannato il tempo fino alla vigilia. Così era giusto che fosse: a ciascuno il suo calendario dell’avvento.

Si diede un ultimo sguardo allo specchio, soddisfatta del rossetto color prugna. Non aveva mai smesso di pittarsi le labbra e nemmeno quell’orribile pandemia sarebbe riuscita a farla desistere, anche se poi, una volta tornata a casa, sotto la mascherina il colore le si era spalmato tutto intorno. Ma intanto, per le due ore della spesa, si sarebbe tenuta quel segreto colorato tutto per sé, e le avrebbe messo allegria, come la conta dei giorni della luna, come ricordarsi l’aria delle notti di Buenos Aires, la voce di Massimo che urlava “Adelante!”, come sentire che quarant’anni passano in un minuto e che il mondo non ha smesso di finire solo perché stavolta è finito un po’ di più. Basta aspettare altri dieci anni e cento lunazioni, e magari, alla prossima eclissi, trovarsi dal lato giusto dell’emisfero.