Leonardo Colombati
Leonardo Colombati

A Trieste, Umberto Poli osserva un presepe: "brilla la cometa che ha segnato il cammino. Sono davanti a Te, Santo Bambino!" Nei primi anni di vita, sua madre, Rachele Coen, che anche a causa della fuga del marito "tutti sentiva della vita i pesi", aveva abbandonato il neonato alle cure di una balia slovena, cattolicissima, tale Peppa Sabaz, che lo amò come un figlio. Lui l’amava come una madre, e quando volle scegliersi uno pseudonimo da poeta si chiamò Saba. La mancanza dell’affetto dei suoi genitori tinse di malinconia la sua giovinezza. Due indizi: la passione per Leopardi e per il violino; e il suo rivolgersi a Gesù nella mangiatoia, perché regali agli uomini "la bontà, tesoro immenso", al piccolo Umberto evidentemente indisponibile nella casa avita.

A scuola i nostri maestri hanno infilato Saba nel sacco dell’ermetismo, insieme a Montale, Quasimodo e Ungaretti. Cosa fosse questo ermetismo non è mai stato ben chiaro; ma ci dicevano che si trattava senz’altro di qualcosa di complesso, se non d’incomprensibile: roba da misteri egizi, appena meno complicata dei geroglifici e del filosofeggiare del Trismegisto. Cos’era, allora, quell’infatuazione ermetica per un argomento così semplice come il Natale? Non solo Saba, ma l’intero quartetto di cui sopra – il monte Rushmore della poesia italiana del Novecento – s’è cimentata col tema, anche se provando ad evitare asinelli, stelle comete e tutta l’indigesta chincaglieria tanto cara all’impertinente Gozzano (quello che descriveva per noi "la pecorina di gesso sulla collina in cartone" e "un bue giallo, un ciuco nero" a sorvegliare il trionfo del cattivo gusto piccolo borghese).

Nel Natale del 1916, mentre Saba – buonista, sì, ma pure interventista – sorvegliava i soldati austriaci in un campo di prigionia di Casalmaggiore, Giuseppe Ungaretti, soldato semplice del 19° Reggimento di Fanteria, è in congedo a Napoli, a casa di un amico, e scrive di starsene "come una cosa posata in un angolo e dimenticata", dove "non si sente altro che il caldo buono". E aggiunge: "Sto con le quattro capriole di fumo del focolare". Qualche anno dopo, proprio tra le due guerre, Eugenio Montale prende un caffè a Rapallo il 25 dicembre e scrive al suo amico poeta Camillo Sbarbaro di trovarsi piuttosto a disagio in mezzo alla festa, con le signore troppo truccate, "lampi di gemme e screzi di sete". Fuori, intanto, passa la banda e si sente "l’indicibile musica delle trombe di lama". è il kitsch natalizio: "carriole", "montoni di cartapesta", processioni di "generali con le feluche di cartone" che impugnano "aste di torrone"… Da Rapallo a Sportorno sono meno di novanta chilometri: oggi i versi di Sbarbaro – "Sportorno paesaggio dell’anima, cielo che a guardarlo si beve" – si leggono a Natale (povero lui!) sulla luminaria davanti al Municipio; e chissà se già un endecasillabo montaliano non sia stato inserito come un sapido veleno in un Bacio Perugina?

Neppure Quasimodo, giù a Modica, ci risparmia il suo presepe di legno con "la stella che risplende e l’asinello di colore azzurro". D’altronde, se sei italiano e poeta pare che tu non possa esimerti dal cimentarti con la scena della Natività. A proposito di legno, ecco ad esempio certi legnosissimi versi manzoniani: "La mira Madre in poveri panni il Figliol compose, e nell’umil presepio soavemente il pose; e l’adorò: beata! innanzi al Dio prostrata, che il puro sen le aprì".

Pirandello – sulfureo conterraneo di Quasimodo – in un Sogno di Natale provò con merito ad animare quel presepio immaginando d’incontrare Gesù errante nella notte a lui consacrata, mentre per le strade si odono "canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti". "Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita". Lui lo segue, tra le vie deserte d’una grande città, origliare alla porta delle abitazioni più umili e poi entrare in un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso". Finché Gesù non gli dice: "“Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua”. “E la casa e i miei cari e i miei sogni? Ah! io non posso, Gesù...” feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona. Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa".