: Stefania Casini, 72 anni, nel programma 'Le ragazze' di Raitre
: Stefania Casini, 72 anni, nel programma 'Le ragazze' di Raitre
"Sono stata una femminista e lo sono ancora. Ce n’è bisogno. Le quote rosa sono odiose ma indispensabili: il talento da solo non basta se sei donna. E le ragazze di oggi non sono preparate alla battaglia come quelle della mia generazione". Stefania Casini, classe 1948, lombarda, sposata, zero figli ("mai sentito il desiderio di averne"), è la stessa di sempre. Attrice, regista, produttrice, sceneggiatrice, doppiatrice, giornalista: ha fatto di tutto, mai ferma, per nulla scalfita dal tempo. Si è raccontata nel programma Le ragazze, prodotto da Pesci Combattenti per Raitre, in onda nei prossimi due giovedì sera. "Giro intorno alla mia curiosità, la molla della vita", spiega. Poi aggiunge: "Dovevo nascere nel Rinascimento". Che cosa vorrebbe essere in più? "Una ricercatrice. Una filosofa. Una neuroscienziata. Mi attrae la meccanica quantistica. Ora sono immersa nella realtà virtuale, farò un workshop in Francia: due anni di lavoro in team". Pronta a fare la valigia e via come una volta? "La stessa ribelle senza fissa dimora, una nomade che caccia la roba nel borsone e parte per l’ennesimo viaggio. Scoprire, conoscere, imparare. Divertirsi". C’è una vita di ricambio dietro l’angolo? "Ogni giorno. La grande passione è stata recitare. Un gioco di bambina, poi la...

"Sono stata una femminista e lo sono ancora. Ce n’è bisogno. Le quote rosa sono odiose ma indispensabili: il talento da solo non basta se sei donna. E le ragazze di oggi non sono preparate alla battaglia come quelle della mia generazione". Stefania Casini, classe 1948, lombarda, sposata, zero figli ("mai sentito il desiderio di averne"), è la stessa di sempre. Attrice, regista, produttrice, sceneggiatrice, doppiatrice, giornalista: ha fatto di tutto, mai ferma, per nulla scalfita dal tempo. Si è raccontata nel programma Le ragazze, prodotto da Pesci Combattenti per Raitre, in onda nei prossimi due giovedì sera. "Giro intorno alla mia curiosità, la molla della vita", spiega. Poi aggiunge: "Dovevo nascere nel Rinascimento".

Che cosa vorrebbe essere in più?

"Una ricercatrice. Una filosofa. Una neuroscienziata. Mi attrae la meccanica quantistica. Ora sono immersa nella realtà virtuale, farò un workshop in Francia: due anni di lavoro in team".

Pronta a fare la valigia e via come una volta?

"La stessa ribelle senza fissa dimora, una nomade che caccia la roba nel borsone e parte per l’ennesimo viaggio. Scoprire, conoscere, imparare. Divertirsi".

C’è una vita di ricambio dietro l’angolo?

"Ogni giorno. La grande passione è stata recitare. Un gioco di bambina, poi la compagnia teatrale al liceo con Maurizio Nichetti e l’Accademia Filodrammatici a Milano. I genitori hanno lanciato l’ultimatum: o la laurea o la laurea. Ci siamo iscritti insieme ad Architettura al Politecnico, è servito".

Era il lasciapassare per le sue aspirazioni?

"Il cinema si faceva a Roma. C’erano i provini per Le castagne sono buone di Germi e mi sono fiondata. Avevo 22 anni".

Come andò?

"Cercava una ragazza come me. Alle selezioni rimanemmo in lizza io e Sabina Ciuffini. Poi silenzio. Tornai a Milano finché arrivò un telegramma: non tagliarti i capelli. Era fatta".

Com’era Germi?

"Sapeva raccontare. Un maestro, anche se il film valeva poco. Era protettivo, si divertiva ai miei capricci: questa gonna non mi piace, il trucco non va. Mi accontentava malgrado fossi la disperazione della produzione".

Perché?

"Abitavo da un’amica: sesto piano senza ascensore. Venivano a portarmi gli orari delle riprese ma non c’ero mai. Germi ordinò: abbiamo affittato un appartamento per le riprese, mettiamola a dormire lì. Vivevo sul set 24 ore su 24. Il partner era Gianni Morandi, bello, simpatico e sicuro di sé. Già un divo con l’esperienza dei musicarelli".

Intanto faceva teatro?

"Buazzelli mi volle nel ‘71 per i Sei personaggi. Era come andare a lezione: mi ha insegnato che vuol dire leggere un testo, stare sul palco, prendere il ruolo per le corna. Però a volte m’incazzavo".

Cioè?

"Debuttammo a Torino. Io la vestale del sacro fuoco, lui invece nella pomeridiana domenicale spariva dietro le quinte per sapere della Roma. Era tifosissimo. Per farsi perdonare mi portava a cena al Cambio".

Quello spettacolo fu il suo primo scandalo?

"Altroché. Dovevo aprire il giubbetto e restare a seno nudo. Le signore in platea erano sotto choc".

Lei proprio no.

"Spogliarmi davanti al pubblico o all’obiettivo non era un problema. Mi piaceva. Libera di mostrarmi. Capita quando sei giovane e ti senti invulnerabile: adesso ho più pudore".

Una femminista che posò per Playboy e Playmen?

"Non c’è contraddizione. Le donne scendevano in piazza gridando no al reggiseno. Rivendicavamo la proprietà del corpo".

Era un sex symbol?

"Non capivo perché piacessi agli uomini. Somigliavo a Jane Birkin, alternativa, androgina. Quel tipo di fascino solletica il lato oscuro dell’uomo".

Che cos’è la seduzione?

"Un gioco sottile che deve coinvolgere la donna. È il punto di vista di Catherine Deneuve che attribuisce al maschio la possibilità di provarci e alla femmina di starci. Le molestie sono altro".

Ne ha subite?

"È capitato con certi produttori e certi registi. Uno l’ho preso a botte. Sono una figlia del ‘68 e so reagire, basta spostare la mano importuna. Ma capisco la difficoltà di tante ragazze in condizione di inferiorità sul lavoro o esibite come trofeo".

La società è maschilista?

"Una ricerca Dea-Cnr del 2019 rivela che solo il 9,2 per cento dei film che arrivano in sala è diretto da donne".

Come ha vissuto il grande scandalo di Novecento nel ‘76?

"Sapevo che il film di Bertolucci sarebbe entrato nella storia del cinema. Aveva costruito per me la parte della prostituta epilettica Neve a letto in mezzo ai protagonisti. Sequenza drammatica girata con estrema delicatezza, che segna la frattura tra i due personaggi maschili".

Wikipedia scrive di lei: ... generando molto scalpore nella scena in cui accarezza le parti intime di De Niro e Depardieu.

(ride) "Nessun disagio, la difficoltà era rendere vera la crisi epilettica. Loro due sì che erano imbarazzati. All’epoca divenni un’icona gay, mi dicevano: beata te, che invidia".

Ha temuto di restare prigioniera di quell’immagine come Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi?

"Ho conosciuto Maria, era molto fragile. Io no".

Perché all’inizio degli anni ‘80 se n’è andata in America?

"L’Italia del cinema offriva commedie comico-erotiche e poco più. Warhol mi chiamò per un film e sono rimasta a New York quattro anni. Lì ho fatto la mia prima regìa".

Quando l’aveva conosciuto?

"Nel ‘74 a Roma, giravamo Blood for Dracula. Ricordo grandi feste in una villa sull’Appia Antica dove passavano Jagger e Polanski".

Che tipo era?

"Solitario. Riservato. Se ne stava in disparte in cucina a mangiare hamburger accanto al suo bassotto. Genio pop e intellettuale scientifico. Aveva la curiosità dell’entomologo: osservava e registrava".

Anche lei è stata molto pop presentando il Festival di Sanremo del ‘78?

"Facevo comunella con Rino Gaetano, l’unico come me che si divertiva e basta. Senza tensioni".

Quanto l’è servita la filosofia orientale per l’equilibrio interiore?

"Pratico da moltissimi anni il Chi Kung. E il Tai Chi, che insegno. Meditazione, concentrazione, l’armonia fra mente, energia e spirito sono essenziali. Ho imparato ad ascoltare il mio corpo. Nel 2014 ho sentito una presenza estranea: un tumore al seno affrontato da combattente".

Che cos’è la malattia?

"Un’ospite sgradita e un’avventura che porta lontano: bisogna accogliere con pienezza quel frammento di immortalità che è l’esistenza. Senza negare la morte, oggi oggetto di rimozione".

Come si vede allo specchio?

"Certi giorni dico: ma tu chi sei? Poi mi accorgo di essermi liberata di tanti pesi inutili. Sono cresciuta, non invecchiata".