Beatrice Rana terrà mercoledì un recital alla Società dei Concerti di Milano: in programma anche i 4 Scherzi di Chopin usciti in disco il 24 settembre
Beatrice Rana terrà mercoledì un recital alla Società dei Concerti di Milano: in programma anche i 4 Scherzi di Chopin usciti in disco il 24 settembre

Da artista e verace figlia del Sud la pianista Beatrice Rana si dichiara un concentrato di scaramanzia. Ma nel suo caso il rituale irrinunciabile prima di salire sul palco è... un panino prosciutto crudo e mozzarella. E alla voce trasgressione inserisce la parola smalto alle unghie. "Perchè - spiega - nessuna di noi lo indossa quando posa le mani sulla tastiera e quindi il colore coincide per me con l’inizio delle vacanze. Ovviamente al mare, che adoro". Ma l’estate è già finita e per lei l’autunno ha coinciso con l’uscita del primo disco post lockdown registrato per Warner Classics al Teldex Studio di Berlino con i 4 Scherzi e gli Studi op. 25 di Chopin. "Questi ultimi li ho incisi a gennaio 2020 prima della pandemia ma l’ultimazione è avvenuta nel febbraio scorso".

Un incontro con il polacco condizionato dal particolare periodo?

"Ovviamente essendo entrato nell’immaginario come compositore solo per pianoforte ho avuto modo di conoscerlo precocemente, anche in quanto figlia di musicisti. In Conservatorio lo sentivo dai compagni di corso e io stessa ho iniziato a suonarlo a 15 anni. Ma l’ho registrato solo ora perché il percorso di ricerca per interpretarlo è stato travagliato, sono riuscita a metabolizzarlo solo col tempo e adesso mi pare di aver trovato la chiave di lettura giusta. Scherzi e Studi appartengono al suo periodo più visionario, emotivo, e rappresentano l’aspetto meno conosciuto, quello perentorio e drammatico, non zuccheroso come l’ascoltatore medio si aspetta".

Gli ’Studi’ li ha già presentati dal vivo a New York, mercoledì li affronterà al cospetto del pubblico milanese insieme a Debussy e Stravinsky per poi partire con il tour che toccherà Firenze, Perugia e varie città europee. Che differenza trova tra le platee di casa e quelle internazionali?

"In verità mi piace incontare pubblici diversi, l’importante è poterlo fare. E dopo un anno senza, qualsiasi pubblico è il preferito. Gli italiani sono molto appassionati, i giapponesi sono rispettosi e silenziosi, super-reverenziali verso l’artista, in Olanda l’entusiasmo è pazzesco".

Da tempo all’attività artistica vera e propria affianca quella di organizzatrice di eventi culturali come ‘ClassicheFORME’ e dirige anche l’Orchestra Filarmonica di Benevento. Come concilia i due ruoli?

"Mantenendo sempre la dimensione della musicista. Degli aspetti pratici si occupano altri, io creo, sviluppo idee a cui desidero dare forma. L’etichetta di direttrice artistica mi suona strana, perché anche in tutto ciò che faccio giù dal palco il mio è un approccio da musicista impegnata a sorprendere il pubblico con programmi accattivanti".

Da artista ormai affermata, mantiene ugualmente qualche idolo?

"Marta Argerich lo era e lo è tuttora. Continuo ad ammirare anche il suo spessore di donna, capace di affermare se stessa in ogni circostanza. Mi ha sempre colpito la libertà interpretativa".

E con le coetanee che rapporto ha?

"Nessuna rivalità, trovo che tante colleghe e colleghi siano bravissimi e se posso mi piace andare ad ascoltarli".

Qual è stato il momento più duro di questo anno di pandemia?

"Il primo lockdown. Il fermo totale di tutte le attività è stato così brutale e improvviso che mi sembrava che il virus mi avesse rubato la vita. Ho dovuto cancellare la tournèe in Giappone. Anche se dal punto di vista artistico ho avuto tanto tempo da dedicare a brani che leggevo lì per lì e studiavo. E quindi ne ha guadagnato il repertorio".

Nell’anno di Dante che immagini le suscitano le parole Paradiso e Inferno?

"Il Paradiso lo associo alla mia terra, al Salento, ai suoi colori che mi porto dentro ovunque e non riesco a trovare altrove. L’Inferno lo avvicino a quanto vissuto nell’ultimo anno, alla mancanza di libertà, indipendenza e spontaneità, all’impossibilità di suonare".

L’immagine è dominante anche nel suo lavoro?

"È la richiesta del terzo Millennio e quindi investe anche l’ambito classico. Ma, a parte il trend sociale, la prima immagine che il pubblico vede di me è l’incedere sul palco, quindi ciò che indosso. Mi piace vestire bene anche per dare dignità a quello che faccio. È come andare al primo appuntamento con un uomo. Anche se poi il look non influenza affatto il giudizio sulla performance".