Telly Savalas nel manifesto di “Lisa e il diavolo”, 1973, di Mario Bava (1914 – 1980)
Telly Savalas nel manifesto di “Lisa e il diavolo”, 1973, di Mario Bava (1914 – 1980)
di Giovanni Bogani "Un giorno mise la sua firma su un disegno e suo padre gli mollò uno schiaffone: “La creatività è un dono di Dio, non deve lusingare la tua vanità“, gli disse". C’è una storia del cinema che racchiude, dentro di sé, tante altre storie. Una storia di generazioni intere di registi artigiani, gente che non amava il nome sui titoli di testa, ma che badava al sodo: a costruire avventure, meraviglie, terremoti di emozione. È una storia che affonda nella grande Storia italiana, e che continua ancora oggi. È la vicenda di Mario Bava, regista di film di enorme impatto popolare, che hanno segnato l’evolversi di interi generi nel cinema italiano, e hanno ispirato registi immensi, da Tim Burton a Quentin Tarantino. Eppure il suo nome è sempre marginale, nel grande racconto del cinema italiano che passa da Rossellini, Visconti, Fellini, Pasolini, Risi,...

di Giovanni Bogani

"Un giorno mise la sua firma su un disegno e suo padre gli mollò uno schiaffone: “La creatività è un dono di Dio, non deve lusingare la tua vanità“, gli disse". C’è una storia del cinema che racchiude, dentro di sé, tante altre storie. Una storia di generazioni intere di registi artigiani, gente che non amava il nome sui titoli di testa, ma che badava al sodo: a costruire avventure, meraviglie, terremoti di emozione. È una storia che affonda nella grande Storia italiana, e che continua ancora oggi. È la vicenda di Mario Bava, regista di film di enorme impatto popolare, che hanno segnato l’evolversi di interi generi nel cinema italiano, e hanno ispirato registi immensi, da Tim Burton a Quentin Tarantino. Eppure il suo nome è sempre marginale, nel grande racconto del cinema italiano che passa da Rossellini, Visconti, Fellini, Pasolini, Risi, Monicelli, per arrivare fino a Nanni Moretti. Ma lì nel mezzo, ci sono le formidabili macchine da spettacolo realizzate, spesso con due soldi, da Mario Bava.

La narrazione del cinema d’autore italiano lo relega fra i grandi alchimisti del B-movie, maghi dell’effetto speciale, niente più. Ma ci sono dei cultori che rispettano e onorano il suo talento che spazia fra i generi: horror, gotico, fantascienza, thriller, western. Fra questi fedelissimi Davide Di Giorgio, critico cinematografico tarantino, che ha curato il libro Mario Bava. Il rosso segno dell’illusione (Sentieri selvaggi, 250 pagine).

La prima sorpresa del libro è scoprire che uno dei bisavoli del regista fu il generale Fiorenzo Bava Beccaris, colui che dette ordine di sparare sulla folla durante i moti di Milano del 1898. Si finisce nel cuore insanguinato della storia d’Italia, con quella decisione che già il padre di Mario Bava, Eugenio, considera "una vergogna". Eugenio che, negli anni Dieci del Novecento, è pittore, scultore e grande direttore della fotografia, in film che hanno fatto la storia come Cabiria di Pastrone o Cenere con Eleonora Duse.

E Mario? Nasce a Sanremo nel ’14, cresce "a bottega" dal padre – quello dello schiaffone e del rimprovero sulla vanità –, poi collabora con Rossellini e con Monicelli, impara a realizzare effetti speciali, che chiama – con modestia – "trucchi". Il primo film, lo dirige quando ha già quarantun anni. È La maschera del demonio, del 1960, che diventerà subito cult, il più importante horror gotico italiano. Seguiranno titoli che sono tutto un programma: Ercole al centro della terra nel 1961 mescola film mitologico e horror, riscuotendo un successo enorme. Nel 1962 fonda il thriller all’italiana con La ragazza che sapeva troppo. Sono anni di creatività frenetica, un titolo dopo l’altro: I tre volti della paura nel 1963, il cui titolo inglese ispira la rock band dei Black Sabbath – Black Sabbath è il titolo con cui il film fu distribuito all’estero. Arriva la fantascienza nel 1965 con Terrore nello spazio; nel 1967 c’è la sorpresa di una versione tutta pop di Diabolik, alla fine degli anni ’60 il western parodistico con Roy Colt & Winchester Jack. Nel ’66 aveva diretto Franco e Ciccio nela parodia di 007 Le spie vengono dal semifreddo.

"Mario Bava è stato un grande regista a cui non piaceva essere al centro dell’attenzione", dice Davide Di Giorgio. Un timido che aveva dentro un fuoco. "La critica francese lo ha amato, il suo volto è anche sulla copertina di Positif, una delle più grandi riviste di cinema al mondo. Chi non lo ha amato per niente è la critica italiana militante, quella di ispirazione marxista, probabilmente per un equivoco che si è perpetuato: quello che il suo cinema fosse “di destra“. Invece Mario Bava è stato un regista aperto mentalmente e artisticamente, ha portato la Pop art nel cinema con Diabolik, ha anticipato la saga di Trinità con Roy Colt & Winchester Jack, ha lavorato sull’immagine e sul colore come pochi altri. Ha modellato un cinema d’immagine e non di parola, cioè un cinema “più cinema” della maggioranza della produzione italiana, da sempre molto letteraria, molto basata sulla parola".

Prosegue Davide: "Mario Bava ha ispirato tanti, persino Fellini in Toby Dammit. Quentin Tarantino, Tim Burton e Joe Dante sono suoi fan. Costruiva “trucchi“ con due lire: ma rimarrà nella storia per il senso della meraviglia che riusciva a creare, a prescindere dai soldi a disposizione. Un grande talento solitario, figlio di un grande artigiano".