27 mar 2022

IL GALLO NERO SVELA I COLLI DEL CHIANTI

paolo pellegrini
Magazine

di Paolo Pellegrini

Greve in Chianti o Gaiole come Vosne-Romanée, Lamole come Chambolle-Musigny, Panzano come Vougeot, Vagliagli come Echézeaux… Il Chianti Classico si veste da Borgogna, e in un tempo che pur in mezzo a mille difficoltà – prima la pandemia, poi la crisi energetica e i riflessi della guerra russo-ucraina – vede la denominazione balzare già di un +7 % nei primi mesi dell’anno dopo un 2011 che aveva visto crescere i volumi di export dell’11% sul 2019, aggiunge una chicca al caratteristico distintivo delle bottiglie. A far compagnia al Gallo Nero, appena il ministero darà l’ok, ci sarà infatti una parola in più. Un nome. Il territorio, anzi "il terroir – come specifica il presidente del Consorzio, Giovanni Manetti – che è composto appunto dal territorio ma con l’ apporto della componente umana, che è la base delle denominazioni".

Finalmente. Così, al di là della celebrità e delle peculiarità di ogni singola azienda, si potrà scegliere secondo caratteristiche e passioni suscitate da un vino. Che ha sì il denominatore comune dell’uva principe, il Sangiovese, ma si offre in tante sfaccettature legate ai luoghi che costellano quei 7mila ettari da cui sbocciano ogni anno tra i 35 e i 38 milioni di bottiglie che vanno per l’80% su oltre 130 mercati stranieri, con l’Italia però in risalita (pur nella tagliola, si sente dire, di prezzi bassissimi imposti dalla grande distribuzione). Una manna per i winelovers che affollano le cantine e le aziende: chi cerca vini strutturati e importanti, potenti e polposi, potrà puntare su San Casciano Val di Pesa, su San Donato in Poggio o su Castelnuovo Berardenga, chi invece è a caccia di raffinata freschezza ed eleganza sceglierà i grandi rossi di Lamole o di Vagliagli; chi preferisce vini gentili e armoniosi "capaci di invecchiare come una ballerina della Scala", ha scritto qualcuno, preferirà Greve e Montefioralle, mentre per i vini più austeri ma longevi si guarderà a Panzano e a Radda; Gaiole propone acidità e tannini leggeri, Castellina regala elegante complessità. Caratteri che fanno i conti con mille variabili: suolo, vento, esposizione al sole, cantina. Ma che sottolineano l’identità con il territorio. Undici nomi, che in burocratese si chiamano Uga, Unità geografiche aggiuntive, ma in pratica funzionano come in Borgogna, appunto. "Non una zonazione strettamente tecnica", precisa ancora Manetti, "ma la risposta a una domanda che sale diretta dal mercato, da giovani che vogliono sapere di più, e conoscere il rapporto con il luogo".

Una cartina nella cartina di quegli otto comuni a cavallo tra le province di Firenze e Siena. Curiosità, Firenze batte Siena 6 a 5. Ma con una particolarità: nella Gran Selezione, la super-riserva, la tipologia di vertice varata nel 2014 per aumentare la piramide della qualità, la base Sangiovese passa dall’80 al 90% e spariscono i vitigni internazionali. Niente più Cabernet, Merlot, Syrah o altro: con l’acino principe, solo gli autoctoni, uve spesso antiche e dimenticate che ritrovano nuova dignità, a partire dal Canaiolo e dal Colorino. In un territorio, sempre più green: ormai, ricorda anche Manetti all’apertura della Collection nel corso della Settimana delle Anteprime, le vigne biologiche sono il 52,5%, ma i tre quarti della base produttiva coltivano già in maniera biologica. E non per nulla sta proprio in Chianti Classico, a San Gusmé, la fattoria che fa parte di Jackson Family, l’azienda più green del mondo. Gallo Nero, vita nuova.

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