diLuca Bonacini

Nel racconto Vino generoso di Italo Svevo, ritenuto da Eugenio Montale “Una delle migliori storie mai

scritte dall’autore triestino”, il vino è al centro della scena. L’anziano e malato protagonista, invitato al

pranzo di matrimonio della nipote, viene autorizzato dal medico a mangiare e bere come tutti gli altri ospiti

e mentre il livello alcolico cresce e il protagonista si sente finalmente libero, il pranzo va sempre peggio,

fino al rovinoso epilogo. Quello in questione: “Un vino istriano secco e sincero, che un amico di casa aveva

inviato per l’occasione”, secondo Riccardo Cepach, curatore del Museo Sveviano di Trieste, non può essere

altro che Malvasia Istriana, un vino molto diffuso a Trieste, che si origina nella città greca di Monembasia e

si diffonde nel Mediterraneo grazie alla Serenissima. Se vinificato in modo classico, è fresco, fruttato e delicato, se sottoposto a lunghe macerazioni sulle bucce e ad affinamenti in legno, ha riflessi aranciati ed è più corposo. Tuttavia per l’autore de ‘La coscienza di Zeno’, il vino è anche un mezzo per indurci a riflettere su illusioni, fobie, manie e pericoli dell’ultima età dell’uomo. Nel racconto ‘Una burla riuscita’, il vino è quello delle osterie e dei caffè dove avvengono gli incontri con l’antagonista. In ‘Marianno’ l’ambiente dove si svolge la storia è una bottega da bottaio. Ne ‘La moglie e l’amante’, il bere

smodato tiene la scena in un banchetto di nozze. Nella ‘Novella del Buon vecchio e della bella fanciulla’, il

vino trasforma un vagabondo in un fine musicista. Se conosciamo i piatti della tavola di Svevo, grazie al

ricettario di Villa Veneziani, dove lo scrittore risiedeva con la moglie, sappiamo anche che era la ditta Gula di Trieste, a consegnare loro con regolarità, vini italiani, francesi, austro-ungarici. Ma sono le epistole a

svelarci che Svevo conosceva il Moscato, il vino toscano, il vino di Venezia, il vino della Mosella: “Iersera dai

Maier ci offersero certo vino della Mosella con fragole in una specie di barile di vetro. Non voleva mai

vuotarsi. I due tedeschi mi deridevano perché tenevo poco. Allora il mio orgoglio nazionale si ridestò e...oggi

ho il male di testa”.