di Lorenzo Guadagnucci Fra’ Cristiano, che vive nell’Eremo di Santa Maria Maddalena, nell’alta Lunigiana, dice che "per fare gli eremiti è indispensabile saper stare con la gente". Sembra una contraddizione, visto che parliamo di persone “in fuga dal mondo“ (“fuga mundi“), come veniva descritto in tempi antichi l’ingresso in monastero. Ma c’è modo e modo d’intendere l’eremitaggio nel XXI secolo. Certo, anche negli anni Duemila persiste e anzi prevale la figura dell’eremita tradizionale, che vive in vecchie case isolate, in remote zone di montagna, o addirittura in capanne e ripari arrangiati in mezzo al bosco, ma l’esperienza della solitudine, della meditazione, della presa di distanza dal resto della società, può essere vissuta con una sorta di estroversione, in comunicazione e dialogo con gli altri. Fra’ Cristiano, che è un francescano con un passato da medico in zone di guerra, dice per esempio di non essere fuggito né dalle sue mansioni né dalla sua città: "Se c’è stata una fuga –...

di Lorenzo Guadagnucci

Fra’ Cristiano, che vive nell’Eremo di Santa Maria Maddalena, nell’alta Lunigiana, dice che "per fare gli eremiti è indispensabile saper stare con la gente". Sembra una contraddizione, visto che parliamo di persone “in fuga dal mondo“ (“fuga mundi“), come veniva descritto in tempi antichi l’ingresso in monastero. Ma c’è modo e modo d’intendere l’eremitaggio nel XXI secolo. Certo, anche negli anni Duemila persiste e anzi prevale la figura dell’eremita tradizionale, che vive in vecchie case isolate, in remote zone di montagna, o addirittura in capanne e ripari arrangiati in mezzo al bosco, ma l’esperienza della solitudine, della meditazione, della presa di distanza dal resto della società, può essere vissuta con una sorta di estroversione, in comunicazione e dialogo con gli altri. Fra’ Cristiano, che è un francescano con un passato da medico in zone di guerra, dice per esempio di non essere fuggito né dalle sue mansioni né dalla sua città: "Se c’è stata una fuga – afferma – è stata quella dai luoghi anonimi, dall’impossibilità che dà la vita frenetica di creare relazioni profonde, dai troppi rumori". Sostiene, Fra’ Cristiano, che un eremita, dopo la scelta di seguire la sua vocazione, deve "mantenere una relazione con persone che possono significativamente consigliarti, guidarti". Forse è questa la cifra del moderno eremitaggio, che mescola la forma antica – il distacco fisico dalla città e dai suoi affanni – con esigenze e visioni calate nel tempo presente.

E c’è anche, pensiamo a Antonella Lumini, autrice qualche anno addietro con Paolo Rodari di un libro piuttosto ben accolto (La custode del silenzio, Einaudi), l’opzione dell’eremita urbano, che vive cioè la condizione spirituale della solitudine e del distacco, senza abbandonare la propria vita quotidiana in mezzo agli altri.

Joshua Wahlen e Alessandro Seidita tre anni fa percorsero in lungo e in largo la penisola, a bordo di un camper, per incontrare gli eremiti del nostro tempo: ne uscì un documentario, Voci dal silenzio, che ora dà il titolo a un libro appena pubblicato da Tea, nel quale i due autori riprendono ed espandono le interviste, raccontando esperienze di vita da collocare – scrivono – "nel cuore di una umanità inquieta e disillusa".

Gli eremiti, in quest’ottica, possono essere considerati dei cercatori, dei delegati alla riflessione cui è concesso di vivere esperienze primarie di immersione nella natura e nel silenzio: la condizione necessaria, secondo le più varie tradizioni religiose, per vivere pienamente la propria spiritualità e – oggi – anche per osare pensieri altrimenti impensabili.

Frédéric Vermorel, a proposito di dialogo con il resto della società, dal suo Eremo di Sant’Ilarione in Calabria pubblica su Facebook "più volte alla settimana meditazioni di dieci righe: saranno dieci persone a leggerle – dice – sui 700 “amici“ che ho su Facebook, ma non importa, se serve anche solo ad alcuni". Vermorel è un eremita intellettuale: oltre al computer, ha una biblioteca di duemila volumi e come Fra’ Cristiano è convinto che l’eremita debba avere "conferme dall’esterno", soprattutto negli incontri che avvengono prevalentemente d’estate, quando non mancano le visite di pellegrini, parte, evidentemente, di quell’umanità "inquieta e disillusa" di cui parlano Wahlen e Seidita.

Certo, non tutti gli eremiti del terzo millennio sono colti e proiettati verso l’esterno. Swami Atmananda, ex idraulico ed ex pugile, con esperienze forti in India (anche in galera, non solo nella meditazione), dice per esempio d’avere studiato solo fino alla quinta elementare e di vivere l’eremitaggio come un superamento dell’ego e anche come "una tradizione" che alla stregua di una "fiaccola" deve restare sempre accesa. Suor Paola, salita all’Eremo piemontese di Santa Maria lasciando in città le figlie e una vita “normale“, si è sentita chiamata e ora dice: "Nella natura trovi tutto, tramonti, ruscelli, alberi, boschi... il movimento della creazione di Dio. E l’uomo fa chiaramente parte di questa creazione, che è dentro e fuori di noi. L’eremita cerca questo passaggio, il contatto con ciò che ricorda più l’origine". Franco, un “figlio del ’68“ che vive in un precario rifugio nei boschi dell’Umbria, indica nel confronto con gli animali la cifra della sua scelta: "Si nasce, si vive, si muore. Come qualsiasi essere. Come le piante, gli animali. La morte è una delle cose più normali della vita".

Due concetti ricorrenti, nel racconto dei vari eremiti, sono la relazione di "custodia" rispetto alla Terra e la preferenza per l’"essenziale". Fra Bernardino, che ha recuperato un vecchio eremo francescano nei boschi dell’Umbria sulla via Francigena, ha messo all’ingresso – a beneficio dei viandanti – un cartello che in tempi di crisi pandemica e climatica sembra più simile a una visione del mondo che a una prescrizione pratica: “Usa le cose che ti servono, ma non farti usare dalle cose che non ti servono e che ti costringono a servire loro“. Gli eremiti, nel loro piccolo, si fanno carico del mondo...