A Hollywood la libertà d'espressione è a rischio?
A Hollywood la libertà d'espressione è a rischio?

In base a quanto si legge in un lungo e autorevole studio intitolato 'Made in Hollywood, Censored by Beijing', i capi delle major hollywoodiane applicano misure di censura preventiva in modo da compiacere il governo cinese. Lo fanno per non rinunciare agli incassi che derivano dal secondo più grande mercato cinematografico al mondo dopo quello nordamericano. Il report è stato realizzato da PEN America, un'organizzazione no profit attiva nella difesa e celebrazione della libertà di espressione e nell'ampliamento dei diritti umani, negli Stati Uniti come nel mondo intero.


Evitare la censura è una questione economica

L'accusa di PEN America è sintetizzabile in questo modo: nel corso degli ultimi anni i produttori di Hollywood hanno preso decisioni riguardo casting, contenuti, dialoghi e snodi narrativi tenendo in considerazione i desideri dei censori cinesi. La ragione di questa cautela è che la Cina rappresenta un mercato determinante per il successo dei blockbuster. Per capirne la portata consideriamo il caso di 'Avengers: Endgame' (2019), che ha guadagnato in tutto il mondo poco meno di 2,8 miliardi di dollari. Di questi, 858,4 milioni sono arrivati da Stati Uniti e Canada, mentre 1,939 miliardi sono stati incassati nel resto del mondo. Ma la Cina da sola ha influito su questo secondo numero con ben 614 milioni.

Ulteriore esempio, che riguarda 'C'era una volta a... Hollywood' (2019): Quentin Tarantino si è rifiutato di modificare la scena in cui vediamo Bruce Lee ritratto in modo giudicato non sufficientemente eroico dalle autorità cinesi. Risultato: il film "è stato ritirato dal programma delle uscite in Cina solo una settimana prima della sua distribuzione nel paese". Il botteghino mondiale ha comunque premiato Tarantino, ma non è possibile quantificare quanti soldi sono stati persi per avere scelto di non sottostare alla censura.

Una censura che vale per tutti

Nel report si legge che in occasione del film di supereroi 'Doctor Strange' (2016) Marvel Studios ha affidato a un'attrice caucasica (Tilda Swinton) il ruolo che nel fumetto originale è invece un personaggio tibetano. Lo scopo sarebbe stato di non infastidire la Cina, che ha annesso il Tibet anche se quest'ultimo rivendica la propria autonomia e indipendenza politica. Sempre in base a quanto sostenuto da PEN America, sta diventando una pratica sempre più diffusa invitare rappresentanti del governo cinese sui set dei film in modo da farsi consigliare su come "evitare di cadere nelle maglie della censura".

Siccome i film così prodotti sono quelli poi visti in tutto il mondo, il risultato è che la Cina sta influenzato ciò che vediamo tutti. Come si legge nel report: Hollywood, che "spesso non si tira indietro quando si tratta di criticare il governo statunitense, sta adottando un atteggiamento opposto nei confronti di quello cinese. La nostra più grande preoccupazione è che gli studios stiano sempre più normalizzando un'autocensura preventiva nel tentativo di compiacere Pechino".

Cosa fare, dunque?

Comprendendo che il mercato cinese non può essere ignorato, PEN America chiede che il film realizzato in vista della distribuzione in Cina non sia il medesimo che arriva nel resto del mondo: "I filmmaker non possono appiattire il loro lavoro sul minimo comune denominatore considerato accettabile da uno dei regimi maggiormente censori". Un invito che non risolverebbe la trasformazione di un personaggio tibetano in uno caucasico, come accaduto con 'Doctor Strange', ma che almeno eviterebbe altre iniziative autocensorie. In ballo c'è "il rafforzamento dell'impegno di Hollywood per la libertà di espressione".

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