Laura Imai Messina ritratta al Taobuk di. Taormina nel giugno scorso (immagine Facebook)
Laura Imai Messina ritratta al Taobuk di. Taormina nel giugno scorso (immagine Facebook)

È esplosa come fenomeno mediatico insieme a quel miracolo di ascolti e critica che è stato ‘Il circolo degli anelli’ su Rai 2. Ma Laura Imai Messina aveva già una consolidata reputazione di scrittrice consacrata internazionalmente da ‘Quel che affidiamo al vento’, confermata da ‘Tokyo tutto l’anno, viaggio sentimentale nella grande metropoli’ (Einaudi) con le illustrazioni di Igort, rimpolpata dal primo libro per l’infanzia ‘Goro Goro – La pesca della stella, il viaggio di Daruma e altre storie giapponesi’ (Salani), candidato allo Strega Ragazzi e dall’ultimo ‘Le vite nascoste dei colori’ (Einaudi), il cui tour di presentazione l’ha riportata in Italia per un mese e mezzo tra maggio e giugno.

Ma la fama televisiva l’ha proiettata in un universo di ulteriore visibilità...

"Ma come al solito io non mi accorgo di nulla. Vivo in Giappone e ho il sentore che qualcosa è cambiato dall’aumento nel numero di follower e dall’apprezzamento dei colleghi che mi hanno sentita parlare a voce alta. Ma stare all’estero è come immergersi in una bolla che ti astrae dal mondo. Cosa, peraltro, che mi consente di rimanere concentrata sul mio lavoro, anche se nel contempo annacqua il gusto del successo".

Com’è piombata nella sua vita la proposta della conduttrice Alessandra De Stefano?

"Aveva letto ‘Tokyo tutto l’anno’ e mi ha contattata via Instagram a fine inverno. Non sapevo bene di cosa si trattasse perché non vedo tv italiana da quasi 20 anni, poi abbiamo concordato il mio tipo di interventi, la durata, un abbozzo di scaletta degli argomenti che poi veniva modificata anche per armonizzarci con gli eventi della giornata".

Vista dal suo osservatorio l’Olimpiade cos’è stata?

"Un’esperienza impossibile da vivere se non per la parentesi dell’invito a Casa Italia".

Allora avevano ragione i giapponesi a opporsi alla sua celebrazione?

"Tenga presente che è un popolo che non manifesta nemmeno se scoppia una guerra, non alza mai la voce e affida i rimproveri alla severità di uno sguardo sperando che gli altri capiscano. Ma in questo momento storico, con il tasso più alto di sempre di contagi e una manifestazione senza alcun ritorno economico perché chiusa al pubblico, la preoccupazione superava l’eccitazione da medaglie e gare. E non tanto per la china sanitaria, ma economica, in caso di restrizioni e chiusure".

Una romana in Giappone, che c’azzecca?

"Questa terra mi ha calmata, mi ha contenuta emotivamente e quindi mi ha permesso di scrivere. L’ho sempre fatto come hobby, non avrei mai immaginato che qui la mia carriera universitaria (insegna lingua italiana, ndr) sarebbe diventata secondaria rispetto all’attività di scrittrice. Anche se adesso ho offerte di seminari su cultura giapponese e italiana anche dalla California".

Tradotta in trenta Paesi, la sua produzione di fatto fa da ambasciatrice del Giappone nel mondo...

"Sto qui (vive tra Kamakura e Tokyo ndr) e quindi scrivo di cose giapponesi, fossi stata in Italia avrei ambientato le mie storie là. Entrambi i popoli comunque hanno una smisurata fame di bellezza, sia pure declinata in modalità diverse".

Che vantaggi e che svantaggi comporta vivere a cavallo tra due culture?

"È come usare delle lenti colorate che ti consentono di vedere le cose con una maggiore nettezza. Ogni sguardo è filtrato dall’altra cultura, è come stare su un baratro e avere la necessità di sapere e imparare tutto alla perfezione prima di proseguire. Non mi sento né italiana né giapponese, in me le due culture dialogano continuamente tanto che nulla mi appare più normale, nemmeno entrare in una casa con le scarpe ai piedi come facciamo noi o stare male senza dirlo né darlo a vedere come fanno i nipponici. Però mi manca il calore della mia terra d’origine. Qui la prendono per aggressività, ma a me manca".

Quando è stata di recente in Italia ha vissuto il viaggio come una vacanza o come un ritorno?

"Una vacanza, ma presto con mio marito Ryosuke e i bambini ci trasferiremo per almeno un paio d’anni a Milano in modo da far imparare a Claudio ed Emilio l’italiano e la mia cultura. Sono entrambi già perfettamente bilingue. In casa parliamo solo italiano, mio marito, ricercatore di Sociologia, è bravissimo a farlo, mentre fuori dalla soglia di casa parlano giapponese".

L’esordio nella letteratura per ragazzi è legato a loro?

"In verità no, nasce dalla collaborazione con Vallardi inaugurata a ottobre 2018 con la pubblicazione di ‘WA, la via giapponese all’armonia’. Con la mia editor abbiamo cominciato a ragionare sulle fiabe giapponesi e io ho studiato per settimane le tradizioni locali credendo di dover farne una semplice trascrizione. Invece volevano fiabe originali e tutto ciò che avevo imparato è stato dirompente: ‘Goro Goro’ è uscito di getto, in pochi giorni. Vi ho riversato tutto il mio bisogno di positività e la mia esperienza nella trasmissione della meraviglia".

Nel suo ultimo romanzo i protagonisti sono accomunati da un’ipersensibilità tutta giapponese verso le più infinitesimali sfumature di colore. Tra tutte le nuance che il Giappone definisce, lei quale predilige?

"Il nero buio, da cui cerco di sfuggire per paura, ma dal quale, se trovo il coraggio di affrontarlo, ricavo anche la maggiore bellezza".