di Luca

Bonacini

Occupa solo l’1% della superfice vitata del Piemonte ma è forse il più autentico dei vini del Monferrato e conserva una storia antica, che ci porta al 1249 quando i Canonici della chiesa di S. Evasio regolamentano in un atto l’affitto di un terreno coltivato con il vitigno Berbesino, o Barbesino, o ancora Barbexino come verrà chiamato in seguito nelle aree di produzione tra Astigiano e Monferrato Casalese, fino a mutare in Grignolino, da ‘grignole’ per abbondanza dei vinaccioli negli acini e ‘grigné’ che significa ‘sorridere’. Un vino sempre un po’ schiacciato tra i grandi crù piemontesi, che però all’inizio del Novecento era considerato alla stregua di Barbaresco e Barolo. Pressature leggere che hanno a che fare con grappoli composti da acini di colore e talvolta maturazioni differenti, danno vita a un vino chiaro, dalle note fruttate e floreali, più o meno speziato e tannico a seconda delle aree, da bersi giovane da uno a tre anni, ma che scopriamo essere capace di invecchiare. Un vino che in passato impreziosiva le tavole aristocratiche al pari dei cugini piemontesi più blasonati e nell‘800 e ‘900 saprà conquistare podi di primo piano in importanti concorsi enologici, grazie ad affinamenti protratti fino a 10 anni. Estimatori celebri ne hanno saputo apprezzare il carattere schietto oltre le mode, come re Umberto I di Savoia, o Luigi Veronelli che lo qualificava un vino dall’animo ribelle, un anarchico ‘testa balorda individualista’, o ancora Giovanni Agnelli che lo preferiva miscelato o l’allenatore Nils Liedholm che lo volle coltivare, o ancora Ugo Tognazzi, che ne berrà più di un bicchiere nel film di Bernardo Bertolucci ‘La tragedia di un uomo ridicolo’, che gli valse la Palma d’oro a Cannes. Fino a Papa Francesco la cui famiglia ne è produttrice da decenni. Un vino dunque assolutamente da riscoprire, che nel 2016 un coraggioso gruppo di produttori ha deciso di tutelare costituendo un’associazione e lanciando ‘Monferace’, un Grignolino 100%, con 40 mesi di affinamento, di cui almeno 24 in legno, trascorsi al buio e al silenzio dei tipici ‘infernot’ monferrini.