Marco D’Amore, 40 anni
Marco D’Amore, 40 anni
di Beatrice Bertuccioli È stata la sua grande occasione professionale e ha saputo coglierla in pieno, conquistando con il personaggio di Ciro Di Marzio, detto l’Immortale, prestigio e notorietà. Ma ora per Marco D’Amore e per tutti gli altri con cui ha condiviso questa fortunata avventura lunga otto anni, è arrivato il momento dei congedi. Con la 5ª stagione, cala il sipario su Gomorra, serie dei record, nata da un’idea di Roberto Saviano, venduta in oltre 190 territori, con 48 episodi a cui se ne aggiungono ora altri dieci. Un’ultima stagione che racconta la resa...

di Beatrice Bertuccioli

È stata la sua grande occasione professionale e ha saputo coglierla in pieno, conquistando con il personaggio di Ciro Di Marzio, detto l’Immortale, prestigio e notorietà. Ma ora per Marco D’Amore e per tutti gli altri con cui ha condiviso questa fortunata avventura lunga otto anni, è arrivato il momento dei congedi. Con la 5ª stagione, cala il sipario su Gomorra, serie dei record, nata da un’idea di Roberto Saviano, venduta in oltre 190 territori, con 48 episodi a cui se ne aggiungono ora altri dieci. Un’ultima stagione che racconta la resa dei conti tra Ciro Di Marzio e Gennaro Savastano (Salvatore Esposito), amico e rivale. Perché in realtà Ciro, colpito proprio da Genny alla fine della terza serie, non è morto, come ha rivelato il film L’Immortale, diretto e interpretato da Marco D’Amore, preparando a questa conclusiva stagione. La serie Sky Original, prodotta da Cattleya in collaborazione con Betafilm, sarà dal 19 novembre su Sky e in streaming su Now, con la regia di D’Amore (e Claudio Cupellini).

D’Amore, cosa ha rappresentato per lei l’incontro con questo personaggio e con questa serie?

"Per me più che un incontro è stato uno scontro, nella misura in cui Ciro, così come gli altri personaggi di Gomorra e la storia in sé, ti vengono sbattuti in faccia. E credo che sia giusto così perché queste sberle hanno rappresentato una sveglia soprattutto all’indomani di certe affermazioni fatte da chi sosteneva che la realtà raccontata da Gomorra era già nota e conosciuta. Ma si trattava di una grossa menzogna in quanto certe storie rimangono anche volutamente nascoste perché non si vuole che vengano alla luce".

Cosa risponde a chi ha accusato Gomorra di presentare i criminali con una certa aura epica, tali da creare suggestione e forse anche imitazione?

"Mi sembra davvero immorale accusare Gomorra di provocare emulazione quando basterebbe conoscere i videogiochi con i quali passano il tempo i ragazzi: videogiochi che raccontano solo di futuri distopici in cui devono ammazzare, sventrare e violentare, e si esaltano di questo. Altro è parlare di fascinazione narrativa. Io sono cresciuto idolatrando i miti della letteratura efferata ma non è che sono diventato un omicida, perché alle spalle avevo un certo contesto familiare e sociale".

Altra critica mossa alla serie è di avere dato un’immagine negativa di Napoli.

"Napoli è un caleidoscopio, non è solo Gomorra ma è anche quello, ed è giusto raccontarlo proprio per cercare di liberarsene. Nel ’73 Eduardo fu criticato e boicottato perché secondo alcuni con Il sindaco del Rione Sanità parlava male della città".

Triste per la fine di Gomorra?

"Io sono in pace, senza malinconie o tristezze perché ho dato tutto quello che avevo, umanamente e fisicamente. E ho preso a piene mani da un’esperienza clamorosa, da rapporti incredibili che trascinerò con me anche fuori dal set".