Cercando Bob. Sul ciglio di quegli 80 anni che compie, tra poche ore, il 24 maggio, Dylan rimane un enigma. Quello che tra abiure e conversioni trova nella straordinaria capacità di non rimanere mai prigioniero di se stesso, del proprio mito, dell’ortodossia ritmica e melodica del pop, degli piani dell’industria, "il filo coerente del suo percorso di artista e di uomo", come ebbe ad appuntare una volta Francesco De Gregori. Già, perché ci sono anime nobili della nostra canzone d’autore che hanno parlato dell’hobo di Duluth almeno quanto l’hanno cantato, perse dietro quelle sue strambate da navigatore solitario e a quella allure da eterno “infedele“ figlia della libertà di muoversi, di tradirsi e di negarsi in continuazione, che continua tuttora ad investirlo di sacra autorevolezza. E se non tutti, magari, concordano su certi passaggi della sua produzione, l’influenza avuta da Robert Allen Zimmerman su musica...

Cercando Bob. Sul ciglio di quegli 80 anni che compie, tra poche ore, il 24 maggio, Dylan rimane un enigma. Quello che tra abiure e conversioni trova nella straordinaria capacità di non rimanere mai prigioniero di se stesso, del proprio mito, dell’ortodossia ritmica e melodica del pop, degli piani dell’industria, "il filo coerente del suo percorso di artista e di uomo", come ebbe ad appuntare una volta Francesco De Gregori.

Già, perché ci sono anime nobili della nostra canzone d’autore che hanno parlato dell’hobo di Duluth almeno quanto l’hanno cantato, perse dietro quelle sue strambate da navigatore solitario e a quella allure da eterno “infedele“ figlia della libertà di muoversi, di tradirsi e di negarsi in continuazione, che continua tuttora ad investirlo di sacra autorevolezza. E se non tutti, magari, concordano su certi passaggi della sua produzione, l’influenza avuta da Robert Allen Zimmerman su musica e letteratura del Dopoguerra rimane innegabile.

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"Come avevano fatto gl’impressionisti nell’arte, Dylan ha abolito nella canzone il concetto di prospettiva, dando voce gli altri mondi che aveva in testa; un po’ come faceva Dalla che, con due accordi venuti chissà da dove metteva, in discussione il pezzo così com’era stato suonato fino a quel momento" ammetteva sei anni fa De Gregori, al momento di dare alle stampe Amore e furto, personalissima collezione di sottrazioni d’autore al maestro più frequentato e amato. "Ciò che è stupefacente in Dylan, il suo dono più grande, è il coraggio di interpretare la propria epoca e i suoi cambiamenti senza mai abdicare alla propria condizione di individuo, e di vivere fino in fondo (chissà quanto dolorosamente) questa contraddizione".

E ancora: "Negli anni Sessanta Dylan non cantava, sputava le parole come sassi, non cercava d’esser piacevole, al contrario... Come tutti i grandi artisti non dava l’impressione di voler parlare a qualcuno, ma di parlare a nome di qualcuno. Magari a nome di un’intera generazione".

Uno, nessuno, cento Dylan. Come nel film di Todd Haynes Io non sono qui in cui l’intreccio di personalità che gli si agitano dentro trova espressione ora in Richard Gere ora Christian Bale, ora Ben Whishaw ora in Cate Blanchett.

C’è il Dylan del folk di protesta e quello della svolta elettrica al Festival di Newport, c’è il cristiano e c’è l’ebreo, c’è il bluesman di World gone wrong o Time out of my mind e c’è il crooner di Triplicate o dell’ultimo Rough and rowdy ways.

"Bob è uno dei più grandi poeti della storia dell’umanità, per cui senz’altro è un uomo che ha previsto il futuro e non lo ha fatto con una pura coscienza di farlo, l’ha fatto come lo facevano i profeti, con una grande facilità e semplicità" va ripetendo Massimo Bubola. "Se pensiamo ai più grandi profeti della Bibbia, in genere si trattava di pastori analfabeti che parlavano in maniera ‘alta’. Non ho mai pensato che l’altezza dipendesse dalla cultura, non ho mai confuso poeticità e cultura; la cultura a volte può essere un orpello. Dylan non è mai stato una persona squisitamente intellettuale o politica in senso stretto".

Tito Schipa jr. racconta di essere stato folgorato dal Vate davanti ad un juke-box del Lungotevere. "Un amico mi costrinse ad ascoltare Like a Rolling Stone e di colpo trovai quello che avevo cercato per tutta l’adolescenza: il Verdi della nostra generazione" racconta il figlio del grande tenore lirico, autore di tre libri di traduzioni di canzoni dylaniane e, nel 1988, di una raccolta di cover dal titolo inequivocabile quale Dylaniato. "Trasposi su Dylan tutto l’amore appassionato che portavo da sempre al nostro genio più grande, ma che il gioco del tempo non mi aveva messo in condizione di incontrare vivente. Dylan era invece tra di noi, lo si poteva seguire in tempo reale nell’espressione del suo genio infinito".

Fra i primi a focalizzare la lezione di Mr. Tambourine in Italia ci fu Fabrizio De André, che gli disse addirittura di no quando lo invitò a condividere il palco con lui durante il tour a due dell’84 Dylan-Santana.

Non si sentiva pronto.

"È tra i pochi autori di canzoni la cui parte letteraria sia valida indipendentemente dalla musica" spiegava Faber, nel ’96 anticipando di una ventina d’anni le scelte dell’Accademia svedese nell’attribuzione del Nobel. "Il suo modo di scrivere ha cambiato il linguaggio, è diventato un punto di riferimento dal punto di vista letterario come da quello musicale. La sua maniera di scrivere abbastanza rotta e surrealistica che prende spunto da esempi letterari come Dylan Thomas - lui dice di no, ma basta leggerlo - ha interrotto il modo piano di scrivere versi per canzone".