Luca Zingaretti in una foto di scena del film Tv "Perlasca, Un eroe italiano" (Ansa)
Luca Zingaretti in una foto di scena del film Tv "Perlasca, Un eroe italiano" (Ansa)

Bologna, 26 gennaio 2018 - Etichettato da Eichmann come “ebreo onorario”, fu l’angelo che dispiegò le ali su cinquemila ungheresi di fede ebraica sottraendoli all’Olocausto. A sottolineare l’unicità dell’impresa realizzata dall’uomo qualunque Giorgio Perlasca, commerciante italiano che nell’inverno 1944- 45, facendosi passare per un console spagnolo strappò ai nazisti vagoni pieni di vittime destinate ad Auschwitz, fu Carlo Azeglio Ciampi, quando nel 2001, dopo avere inaugurato a Padova la Cappella degli Scrovegni appena restaurata, si recò a pregare sulla tomba dell’imperturbabile “impostore”. Ce lo racconta Franco Perlasca, membro della Fondazione Giorgio Perlasca. Figlio di un Giusto tra le Nazioni.

Che cosa ha spinto suo padre a cimentarsi con un’impresa di tale portata?
«L’amore per l’Italia, prima di tutto, che voleva riscattare agli occhi del mondo. Poi fu l’occasione, come spesso ricordava, a fare l’uomo ladro. Come fondazione abbiamo un carnet colmo di iniziative, con viaggi programmati in Europa, Stati Uniti e Canada, invitati dalle comunità ebraiche e italiane. A Toronto ci sono 700mila italofoni. Dovunque ci si rechi ci ripetono che la storia di Giorgio Perlasca è quella di un italiano in positivo “che ci ha fatto riscoprire l’orgoglio di essere italiani”».

In Israele come fu accolto?
«Il 23 settembre dell’89 Gerusalemme gli dedicò l’Albero dei Giusti vicino a quello di Shimon Wiesenthal e di Raul Vallenberg. Poi c’è stato tante altre volte».

I contatti restano fervidi?
«Caldi, intensi. Il 5 febbraio verrà inaugurato da Netanyahu nella sede del ministero degli Esteri di Gerusalemme un monumento di sei metri che riproduce una foresta europea con sopra incisi 36 nomi di 22 paesi diversi. Appunto i 36 Giusti. L’unico italiano è Giorgio Perlasca, accanto ad Angelo Rotta Nunzio apostolico a Budapest».

Quando cominciò ad affiorare la verità su chi fosse Giorgio Perlasca?
«Nel 1988 quando delle donne ebree ungheresi arrivarono a casa nostra, a Padova, per riprendere i contatti con mio padre che quarant’anni prima le aveva salvate. Tutto divenne ancora più chiaro con la trasmissione televisiva di Minoli e Deaglio, quando a “Mixer” svelò la sua storia, mai raccontata in famiglia tranne che per piccoli episodi». 

Perché suo padre s’era tenuto tutto per sé?
«Credo per quel filo logico che riunisce tutte le storie dei Giusti. Neppure loro sanno di esserlo. Ritengono di aver fatto esclusivamente il loro dovere. Yad Vashem li ospita per aver salvato almeno una vita, ma la storia non deve essere raccontata dal salvatore. Altrimenti sono eroi, come Schindler. Uno dei suoi salvati era il presidente dello Yad Vashem, Moshe Bejski, che si rifiutò di dargli il titolo, poi concesso alla moglie. Gli mancò il saper tacere».

Più il peso o la gratificazione d’essere il figlio di un Giusto?
«La gratificazione, è fuor di dubbio, ma è stata una storia che facevo fatica ad accettare per non esserne stato messo a parte. Poi nel ’96 esce il libro del Mulino, “L’Impostore”, e vado a Roma nell’Istituto di Cultura ungherese e quindi a Teolo per presentarlo: entra una persona, chiede di parlare. Si presenta: “Mi chiamo Giorgio Pressburger”. Uno scrittore e regista di Budapest, naturalizzato italiano, uno dei salvati che quando ha visto “Mixer” decide di mettersi in contatto con mio padre. Per me è stato un momento importante. Da allora ho cominciato a essere testimone di questa e altre storie».