Gianni Agnelli (1921-2003) in una foto scattata a Villa Frescot negli anni Ottanta
Gianni Agnelli (1921-2003) in una foto scattata a Villa Frescot negli anni Ottanta
Negli anni ’50 era considerato il John Kennedy italiano. Forse invece è stato il nostro Grande Gatsby. Ha fatto la storia ma grondava letteratura, di qui probabilmente la noia per lo spazio e il tempo stretti della vita. Eccessivo, struggente, irresistibile. "Mettigli un elmo in testa, mettilo a cavallo. Ha la faccia del re". Sovrapponiamo domandando scusa: al culmine della ricchezza, potente e invidiato, isolato nel fasto della propria villa, vive un uomo condannato all’infelicità. Così muore Gatsby. Gianni Agnelli, che il 12 marzo compirebbe 100 anni, chiude gli occhi la notte del 24 gennaio 2003 a Villa Frescot. Il suo libro lo abbiamo letto tutti. O ci è stato raccontato. Solo di chi rotola fra noi da un piano leggendario si ricorda tutto, compresi i non-compleanni. E certamente non basta avere portato l’orologio sopra al polsino della camicia,...

Negli anni ’50 era considerato il John Kennedy italiano. Forse invece è stato il nostro Grande Gatsby. Ha fatto la storia ma grondava letteratura, di qui probabilmente la noia per lo spazio e il tempo stretti della vita. Eccessivo, struggente, irresistibile. "Mettigli un elmo in testa, mettilo a cavallo. Ha la faccia del re". Sovrapponiamo domandando scusa: al culmine della ricchezza, potente e invidiato, isolato nel fasto della propria villa, vive un uomo condannato all’infelicità. Così muore Gatsby. Gianni Agnelli, che il 12 marzo compirebbe 100 anni, chiude gli occhi la notte del 24 gennaio 2003 a Villa Frescot.

Il suo libro lo abbiamo letto tutti. O ci è stato raccontato. Solo di chi rotola fra noi da un piano leggendario si ricorda tutto, compresi i non-compleanni.

E certamente non basta avere portato l’orologio sopra al polsino della camicia, presunto capriccio di stile poi smascherato dall’istinto alla parsimonia: il cinturino logora la stoffa, lui lo sapeva, facciamola finita. E il resto: donne, vizi, pazzie. Chissà se è stato tutto vero e non invece il nostro sogno collettivo per staccarci da terra e rituffarci dal cielo nel mare di Cap d’Antibes.

Il nipote John Elkann ricorda che la malattia lo sorprese: aveva sempre creduto di morire di morte violenta. Imparò a convivere con le terapie e l’assenza di speranza, lucido fino alla fine. In sua assenza, proseguì l’epica nel commiato fluviale al Lingotto, cose da pazzi che solo uno scrittore in stato lisergico avrebbe potuto descrivere. Esagerato anche sul confine, suo malgrado. L’ennesimo modello irraggiungibile del santo laico con devoti dalla Alpi alla Sicilia, beatificato dopo avere infranto tutte le regole etiche ed estetiche (che metteva sullo stesso livello).

L’orologio, va bene. E le cravatte larghe svolazzanti fuori dal pullover, il nodo storto, gli stivaletti ortopedici sotto lo smoking, le prime Brooks Brothers sbottonate, Caraceni e Marinella, i Levi.s 501, le droghe, gli amori. Ammirato e imitato.

"Adorava essere Gianni Agnelli" spettegola l’amica Marina Branca. L’inseparabile Henry Kissinger metteva tutti in guardia: individuo pericoloso, riusciva a percepire le vibrazioni delle persone e degli eventi, incendiava la forma. Una sera ordinò a Luca Marconi, il suo chef, di preparare testicoli di toro per il presidente della Repubbica in carica, ospite nella sua casa romana. "Due coglioni per un coglione", spiegò.

La segretaria ordinava le camicie al sarto torinese Oreste Mattana, il maggiordomo Stuart Thornton passava a ritirare controllando i polsini: una camicia fatta su misura si vede da lì, non deve passarci neanche un dito.

Ma se si fosse messo una giacca con il collo storto tutti se la sarebbero fatta fare uguale. Lo stesso se una mattina fosse uscito in mutande. Bello, ricco, desiderato in principe di Galles o nudo mentre si tuffa dal Capricia.

Niarchos non credeva ai propri occhi, Porfirio Rubirosa voleva la sua villa a Beaulieu, Grace Kelly gli nuotava al fianco al largo di Montecarlo. Suo padre da bambino lo portava per musei convinto che il bello educasse e il gusto si affinasse dall’infanzia.

"Estetica ed etica si equivalgono – diceva da grande, ormai collezionista eclettico e compulsivo – le cose belle sono etiche mentre le cose non etiche non sono belle, dall’evasione fiscale ai sotterfugi". Poteva comprarsi il pop o un ritratto rinascimentale, una veduta veneziana o un dipinto futurista. La Pinacoteca del Lingotto diventò forziere delle sue passioni (e alla fine camera ardente): Matisse, Canaletto, Picasso, Canova, Balla, Renoir, Manet, Severini, Modigliani. Il mecenatismo pungolato dalla moglie Marella portò all’idea di far nascere il veneziano Palazzo Grassi. Poi c’erano i consigli di amministrazione al Louvre, la poltrona alla casa d’aste Sotheby’s. Sceglieva le opere in base alla gioia che gli procuravano. L’opposto di gioia non era dolore ma noia: arrivava a Beaulieu in elicottero dal suo ufficio di Torino, girava in mare per due ore e ripartiva.

"Pensava a godersi la vita e non aveva tempo per gli altri" ricorda Dalila di Lazzaro, amante confessa. Questo in un altro libro...

A Parigi Gianni Agnelli portava i nipoti al cinema, al Muséè d’Orsay, dagli antiquari in rue du Faubourg Saint-Honorè e al Café Flore, il suo preferito non solo perché si mangiava in fretta.