Gianna Nannini

«Fenomenale. Ci sono voluti quattro anni a Gianna Nannini per riordinare i pensieri e dare alle stampe il successore di “Inno”. «Stare accanto Penelope, la perdita di mia madre, avevano finito con l’atrofizzare un po’ il processo creativo di questo disco» spiega la cantante senese, parlando del suo diciottesimo album “Amore gigante”, da venerdì nei negozi, nell’attesa del tour che dal 30 novembre (Rimini) la porterà a Roma (2 dicembre), Milano (4), Firenze (6 e 7) per poi proseguire a primavera.

Gianna, perché un concept (o quasi) sull’amore?

«Stavo scrivendo ‘Pensami’ quando i miei produttori di fiducia Wil Malone e Alan Moulder mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto un disco diverso; orientato magari verso un tipo di scrittura alla Fleetwood Mac della stagione ‘Rumours’. Così ho deciso di allontanarmi un po’ dal suono degli ultimi dischi e ho pensato a Michele Canova Iorfida, produttore molto radiofonico che magari, da italiano, avrebbe potuto cavalcare meglio certe sfumature della Voce che agli stranieri sfuggivano. Esperimento che credo avrà un futuro, perché ho già delle idee nuove…”.

Quali?

«Da una trentina d’anni sono in debito con me stessa di un disco soul-blues che prima o poi dovrò registrare. Magari a Nashville, che è diventata la boutique della musica mondiale. Avrei voluto farlo subito dopo ‘Profumo’ col produttore Conny Plank, ma lui morì e accantonai l’idea. Ovviamente non vorrei mettermi a fare la Janis Joplin della situazione, ma trovare una via mia».

Con chi le piacerebbe provare?

«Ho trovato una leva italiana di giovani autori molto interessanti come Calcutta, Petrella, Coez, Faini, che credo rappresenti il futuro della musica italiana. Per rinnovarmi ho bisogno di collaboratori così. Confrontarsi è necessario; anzi, per un artista di lungo corso come me, indispensabile».

Lo scorso anno, quando in molti festeggiavano i suoi 60, è uscito fuori che in realtà ne aveva 62.

«Effettivamente il mio vero anno di nascita è il 1954. Attorno ai trent’anni fu il mio manager Peter Zumsteg a suggerirmi di toglierne un paio per ‘allungare la carriera’… come se nel rock ci fosse una scadenza. Magari lo disse per scherzo, ma io lo presi sul serio. Vivevo il successo di ‘Latin lover’ ed era una stagione esaltante, ma anche molto fuori di testa. Dopo ‘G.N.’, nell’81, infatti, avevo iniziato progressivamente a perdere contatto con la realtà, non sapevo più chi ero e avevo paure ancestrali simili a quelle di un bambino». 

Poi cosa è successo?

«Come ho scritto pure lo scorso anno nell’autobiografia ‘Cazzi miei’, dopo aver toccato il fondo sono rinata nell’83 con un vero e proprio reset cerebrale».

In “Latin lover” si sente pure sgasare.

«Quello è un omaggio a mio fratello Alessandro. Ho preso il rombo di un’auto di Formula Uno e l’ho inserito nel pezzo. Come fosse una chitarra in più”.

In certe interviste era proprio necessario tirare fuori la sua pansessualità?

«Da quando ho avuto Penelope non si parla d’altro. Sono sempre stata un libro aperto, visto che già nel ’79 avevo scritto una canzone intitolata ‘Lei’. Siccome tutti ti vogliono mettere da una parte o dall’altra io credo che l’amore gigante di cui parlo nel disco sia proprio quello senza connotati di genere. Invecchiando, chiamiamolo così questo crescere, cerchi l’anima delle persone; non ti basta più il sesso, a cui puoi provvedere anche da sola, cerchi condivisione».

Ma lei la sua amica Carla l’ha sposata.

«Tutto è nato dall’interpretazione giornalistica sbagliata di un passaggio della mia autobiografia. Non c’è stato alcun matrimonio, sono contraria. Quattro anni fa in Italia non c’erano le unioni civili e nel malaugurato caso fossi mancata, Penelope sarebbe finita in mano all’assistente sociale. Quindi, vivendo a Londra, ho richiesto una stepchild adoption (fra l’altro non ancora approvata), lì dove vivo e dov’è possibile farlo, per tutelare la mia bambina che non ha un padre. Tutto qui».

Ora pure da noi c’è la legge sulle unioni, ma i bambini ne rimangono fuori.

«Il problema che queste leggi di diritti civili diventano battaglie politiche sulla pelle delle persone».

Patteggiando col fisco italiano s’è tolta un peso dal cuore.

«Mi sono sentita perseguitata. No, non dallo Stato, che tutto sommato mi ha fatto pure un favore consentendomi di scoprire un lato dell’attività artistica totalmente ignorato, quanto piuttosto da chi mi sparava addosso senza sapere come stessero le cose. Gianna Nannini le tasse le ha sempre pagate; c’è stato un equivoco sulle società che gestiscono i diritti, perché n’è saltata fuori una del mio ex manager che il fisco ha pensato servisse a me per eludere l’imposizione, ma non era così. Poi sono stati accertati dei problemi di contabilità e di quelli ho risposto. Potevo andare avanti col contezioso, ma alla fine ho preferito chiuderla lì”.

Cosa ha imparato?

«Ci sono stata parecchio male. Anche se dentro sei una roccia, questo è il modo giusto per ammazzarti. Ho cercato, però, di prendere il rovescio come un incentivo, come un momento di purificazione. Con gli altri e con me stessa».