Una scena di “Strappare lungo i bordi“: sei puntate di venti minuti su Netflix
Una scena di “Strappare lungo i bordi“: sei puntate di venti minuti su Netflix
di Chiara Di Clemente Hai voglia a dire che è perché sono cari agli dei. Non esiste niente di più tragico che sopravvivere ai propri figli: è innaturale, e per questo è il racconto impossibile da raccontare. Ma riesce a farlo, per assurdo, un cartone animato. È il cartone animato di Zerocalcare, il più visto su Netflix: titolo Strappare lungo i bordi, autore un ragazzo di 37 anni già da un decennio oggetto di culto per i suoi fumetti tra una popolosissima schiera di fan engagé molto a sinistra, diventato però da qualche giorno, grazie a quel cartoon, un poeta eo eroe familiare “trasversale“ alle età – e fors’anche alle ideologie –, capace di unire le generazioni. Nonni e nipoti, padri e figli. In Strappare lungo i bordi Zerocalcare s’ispira al suo primo libro, La profezia dell’armadillo, diventato film nel 2017. Ma stavolta la storia – riscritta al lume della pietas – diventa il segno preciso e...

di Chiara Di Clemente

Hai voglia a dire che è perché sono cari agli dei. Non esiste niente di più tragico che sopravvivere ai propri figli: è innaturale, e per questo è il racconto impossibile da raccontare. Ma riesce a farlo, per assurdo, un cartone animato. È il cartone animato di Zerocalcare, il più visto su Netflix: titolo Strappare lungo i bordi, autore un ragazzo di 37 anni già da un decennio oggetto di culto per i suoi fumetti tra una popolosissima schiera di fan engagé molto a sinistra, diventato però da qualche giorno, grazie a quel cartoon, un poeta eo eroe familiare “trasversale“ alle età – e fors’anche alle ideologie –, capace di unire le generazioni. Nonni e nipoti, padri e figli.

In Strappare lungo i bordi Zerocalcare s’ispira al suo primo libro, La profezia dell’armadillo, diventato film nel 2017. Ma stavolta la storia – riscritta al lume della pietas – diventa il segno preciso e lancinante di questo esatto tempo. Diventa una seduta psicanalitica collettiva, che in sei appuntamenti tutti ironia e nessuna retorica, ognuno di una ventina di minuti, sconquassa dalle basi la coscienza di un’epoca, la nostra, Italia 2021, la frantuma, la consola. E unisce tutti: lo sfondo è l’eterna adolescenza dei dubbi d’amore, delle famiglie ordinariamente disfunzionali, dell’isolamento “social” e soprattutto dei lavori criminalmente precari, ma la sostanza resta – ed è svelata – nel nucleo che ci accomuna: il male di vivere. L’impresa di venirci a patti.

Si piange tanto, alla fine del cartoon. La voce che doppia tutti i personaggi – fino a un momento cruciale – è solo quella del fumettista (Michele Rech): unica altra voce Valerio Mastandrea, la coscienza di Zero incarnata dal famoso armadillo. Zero doppia se stesso e l’amica Sarah quando si trova a ricordare – 1995, seconda elementare – l’angoscia d’aver deluso le aspettative della prof di matematica. È la sua amica Sarah a interrompere la prima discesa agli inferi: "Zero, ma lo vuoi capire? Ma che vuoi che gliene freghi alla Mazzetti di te, di noi? Lei ce l’ha un figlio e non sei te. Te sei il suo lavoro. Non sei onnipotente, non sei al centro del suo mondo. Tu sei un numero in mezzo a un’infinità di numeri..." Zero crolla. Così Sarah aggiunge: "Ma ti rendi conto di quanto è bello? Che non porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato, non ti senti più leggero?" Sì.

E qui spoiler. Trent’anni dopo Zerocalcare e Sarah (e il compagno Secco) si ritrovano al funerale dell’amica Alice che si è suicidata. Perché lo ha fatto?, non riesce a capacitarsi Zero.

Alla cerimonia d’addio parla l’anziano padre: "Alice era una ragazza molto sensibile che pativa per la sofferenza che aveva intorno, che non voleva scavalcare gli altri, non voleva vivere sgomitando. Forse per questo non era riuscita a trovare quel posto nel mondo che le era stato promesso, che almeno noi le avevamo promesso, perché ci credevamo. Alice voleva lavorare, rendersi utile e si è sentita sconfitta quando è dovuta andare via da Roma perché non riusciva a mantenersi ed è dovuta tornare a casa con noi. Soffriva nel non essere indipendente, ma Alice non era solo questo, non era solo una persona sofferente. Era anche un’entusiasta". E la madre: "Nostra figlia non era una vittima. È una ragazza che ha combattuto sempre. È stata anche male. Anche, non solo. La sua vita non si riduce a questo".

Zero si sente in colpa, continua a pensare che avrebbe potuto forse salvarla. Sarah gli dà una botta in testa: "Ma la smetti? Non sei te quello che poteva determinare se viveva o moriva. È stata una scelta sua. Le persone sono complesse, hanno lati che non conosci, ci sono comportamenti mossi da ragioni intime e insondabili dall’esterno. Noi vediamo solo un pezzetto piccolissimo di quello che hanno dentro e fuori. E da soli non spostiamo quasi niente. Siamo fili d’erba, ricordi?". Zero ricorda, ma stavolta non si rasserena.

"Più che fili d’erba – dice – siamo stracci, brandelli sottili e ciancicati uguali alle vite che ci ritroviamo in mano, cartacce senza senso distanti dalla forma che avevamo pensato... Io non lo so se questa è ancora una battaglia oppure se ormai è andata così, che abbiamo scoperto che si campa pure con questa forma frastagliata, accettando che non ci faranno mai giocare nella squadra di quelli ordinati e pacificati. Però ci possiamo comunque stringere intorno al fuoco e ricordare che tanto alla fine tutti i pezzi di carta son buoni per scaldarsi. E certe volte quel fuoco ti basta". E c’è Zero coi sui amici. "E altre volte no". E c’è Alice che se ne va, di spalle, da sola.