"In Italia, dove tutti sono attori che recitano se stessi, io sono un attore che sa recitare anche gli altri". Fuori da un teatro, notte buia d’inverno. Eppure, quando passa, Vittorio Gassman è nitido: il volto, le sue mille rughe il naso il tic degli occhi, tutto appare miracolosamente netto e scolpito. È anziano, ma sovrasta il mondo. È chiaro che Gassman è un’aquila reale dalle grandi ali nascoste dentro al cappotto, è chiaro che sta passando di lì – tra la gente normale – solo per caso, in realtà sta volando maestoso nel cielo sopra la notte, sopra tutti noi. Ha volato maestoso nel teatro e nel cinema italiano dal Dopoguerra fino a vent’anni...

"In Italia, dove tutti sono attori che recitano se stessi, io sono un attore che sa recitare anche gli altri". Fuori da un teatro, notte buia d’inverno. Eppure, quando passa, Vittorio Gassman è nitido: il volto, le sue mille rughe il naso il tic degli occhi, tutto appare miracolosamente netto e scolpito. È anziano, ma sovrasta il mondo. È chiaro che Gassman è un’aquila reale dalle grandi ali nascoste dentro al cappotto, è chiaro che sta passando di lì – tra la gente normale – solo per caso, in realtà sta volando maestoso nel cielo sopra la notte, sopra tutti noi.

Ha volato maestoso nel teatro e nel cinema italiano dal Dopoguerra fino a vent’anni fa, quando 77enne se n’è andato, di notte, 29 giugno 2000, unico nostro eroe cinematografico dal physique du rôle di un divo hollywoodiano. Fin da giovane, di possanza altera e aristocratica in un popolo di coetanei perlopiù bassi e rachitici. Maniaco della precisione ed erudito, in un Paese di improvvisatori. A fare la differenza, tra lui e quei figli dell’Italia affamata dalla guerra, non era solo la fisicità teutonica ereditata dal padre ingegnere Heinrich, ma un’altra dote di quel Dna: "Ero fragile – raccontava in un ’intervista tanti anni fa – mi feci i muscoli con la ginnastica. La mia voce era un pigolio: la ricreai lavorando otto ore al giorno sulle mie corde vocali. Non avevo doti di attore né la vocazione per il palco: me la costruii con sforzo fisico e pena per far contenta mia madre. Non avevo questa faccia tosta: ero timido. Tutta la mia vita è frutto di un’organizzazione freddissima: sono un tedesco, non va dimenticato". Organizzazione freddissima che solo in seguito si sarebbe scoperta minata dalla fragilità della depressione contro cui il granitico esondante Mattatore (o se volete: lo scalcagnato irresistibile Brancaleone), svelò d’aver combattuto, uscendone spesso sconfitto.

Le sconfitte che ha invece portato sul grande schermo, nella lunga stagione della commedia all’italiana specchio anche adesso del nostro paese, sono state ben altre e feriscono l’anima oggi come ieri. La brutta fine dello smargiasso del Sorpasso, prima fra tutte. Poi, diretto da Scola, la sconfitta della “sinistra“ e degli ideali fervori resistenziali: in C’eravano tanto amati è Gassman a incarnare l’ex partigiano Gianni che, colto e progressista, non esiterà a tradire ideali e amici e amori per i soldi, diventando persino più subdolo e spietato del già becero suocero palazzinaro. Un “mostro“ peggiore di quelli, grotteschi, dei titoli dei film del ’63 e del ’77: sulla Terrazza i veri mostri sono come lui, il senatore Pci Mario, intellettuali forbiti ed eleganti, ma talmente abituati a prendersi sul serio da confondere le grandi problematiche con le proprie miserie, e da aver depauperato la politica della forza della vita, della realtà, della passione.

Gassman faceva cinema per permettersi di fare teatro; negli anni ’60, tra matrimoni flirt e figli, tra successi al botteghino e rincorse di paparazzi, batteva in camion l’Italia di provincia e campagna con la sua cooperativa, per propagare il Tpi, la sua idea socialista di Teatro Popolare Italiano. "Noi pensiamo di cambiare il mondo, ma è il mondo che cambia noi", è la frase chiave di C’eravamo tanto amati. A teatro, Gassman è stato in scena fino all’ultimo.