Violoncellista e compositore albanese, Redi Hasa è arrivato in Italia su una barca della speranza
Violoncellista e compositore albanese, Redi Hasa è arrivato in Italia su una barca della speranza

Nel 1997 l’Albania piombò nella guerra civile: il Paese era nel caos e c’era chi usciva di casa con il kalashnikov sotto il braccio. Fu allora che Redi Hasa, a vent’anni, decise di andare via, di scappare: "Avevamo tutti paura, il blackout era totale – racconta –. Io mi ero iscritto all’Accademia delle Arti di Tirana ma non potevo neppure frequentare. Mio fratello, pianista, si era trasferito in Puglia già da qualche anno e mi spinse a raggiungerlo. Un giorno ho preso coraggio e ho affrontato il mare". Nella traversata verso l’Italia Redi Hasa portò con sé soltanto il violoncello che gli era stato prestato dalla scuola e che avrebbe dovuto restituire: quel violoncello ‘rubato’ divenne per lui un’ancora di salvezza. In Italia infatti Redi ha potuto proseguire gli studi al Conservatorio di Lecce, ha approfondito le musiche popolari e ha poi incontrato il celebre compositore e pianista Ludovico Einaudi che lo ha voluto al suo fianco. Oggi Redi è uno strumentista di fama internazionale e la Decca ha pubblicato il suo album, intitolato significativamente The stolen cello, ovvero Il violoncello rubato: uno spaccato di memoria e di vita.

Maestro, che ricordi ha della sua infanzia?

"Ero ancora un bimbo quando cadde il muro di Berlino: ricordo bene che anche da noi si avvertì la speranza di un cambiamento. Però si vagava nel buio, come a occhi chiusi. Iniziò un periodo di fortissime difficoltà, e ci fu poi la truffa delle finanziarie che applicavano il sistema piramidale: molte persone persero tutto, e la povertà divenne diffusissima".

Anche per la sua famiglia?

"Sì, mia mamma insegnava violoncello, mio padre era ballerino all’Opera di Tirana: si sono sacrificati moltissimo per permettere a me e a mio fratello di crescere nell’arte. Sono molto orgoglioso di loro, e non finirò mai di ringraziarli. Quando la situazione è divenuta insostenibile, mi hanno lasciato partire. Per ottenere un visto turistico per me, dovettero impegnare tutto lo stipendio".

Aveva più paura o più speranza?

"All’inizio era strano. Capivo la tragedia della mia terra, ma in Albania avevo la famiglia, gli amici: lasciare non è stato semplice, come credo sia per tutti coloro che devono andare via. Sono scappato per necessità. L’Italia mi ha accolto subito con grande apertura".

Lei ha vissuto l’esperienza della migrazione. È un tema molto dibattuto oggi...

"Sì, e durante una tournée a New York ho conosciuto anche tanti italiani che dovettero emigrare già molti anni fa. L’immigrato non deve far paura, non è il diverso ma è l’altro, colui che ci può arricchire con la sua storia e la sua esperienza. Credo che ogni immigrato debba essere abbracciato".

Il violoncello lo ha poi restituito?

"Certo, appena la situazione è migliorata. Però in seguito ho desiderato acquistarlo perché lo considero una parte della mia anima. Ora suono uno strumento del ‘700 ma non potrei mai separarmi da quel violoncello da cui è iniziato tutto".

Il suo cd sembra come un racconto autobiografico...

"Io l’ho inteso quasi come un album fotografico. Ogni brano vuole ‘fermare’ un momento di amore totale verso le piccole cose, il monte Dajti di Tirana, un albero di ciliegie, un pallone fatto di calzini legati con lo scotch con cui noi bambini giocavamo in strada. E c’è anche Wave, il ricordo della traversata".

Cosa rappresenta la musica per lei?

"È come una medicina, un modo per dire a tutti quello che ho dentro e che magari non riesco a esprimere in altra maniera. È un ponte fra la mia anima e l’esterno. In questo senso il violoncello, con tutte le sue sfumature, è uno strumento speciale: lo devi stringere, devi sentire la sua vibrazione".

Come ha conosciuto Ludovico Einaudi?

"Ci siamo incontrati nel 2010 quando lui dirigeva la Notte della taranta, e immediatamente abbiamo trovato consonanze. Per me Ludovico è un grande amico, anzi un fratello: mi ha insegnato a entrare dentro i suoni e a dare importanza a ogni nota dello spartito".

Tornerebbe ad abitare in Albania?

"È la mia terra, con le mie radici. Ma io credo che la patria sia dove tu decidi di stare. E nel Salento da 25 anni c’è la mia vita, la mia nuova vita".