Una scena di. “Heimat“, la saga di Edgar Reitz portata al Festival di Venezia nel 1984
Una scena di. “Heimat“, la saga di Edgar Reitz portata al Festival di Venezia nel 1984
di Roberto Giardina Una mostra sulla patria di questi tempi è piena di insidie. Si teme che possa risvegliare sentimenti nazionalistici, quindi di destra, e razzistici. La patria esclude gli altri, e per la patria in un passato recente si è caduti in battaglia. Ma la mostra al Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo, il museo per le arti applicate (fino al 9 gennaio 2022) è dedicata alle Heimaten, plurale di Heimat, la bella e intraducibile parola tedesca che gli italiani hanno imparato a conoscere negli anni Ottanta grazie a Edgar Reitz, il regista della serie televisiva tedesca Heimat. Non è un caso che Heimat ebbe più successo da noi che in Germania, anche se Reitz rievocava un passato in parte diverso dal nostro. O forse la nostalgia per l´infanzia e la giovinezza è uguale ovunque, sia che si ricordi la campagna padana o quella del Texas. Heimat è la piccola casa, dove siamo nati, oppure no, il luogo dove siamo cresciuti, abbiamo dato il...

di Roberto Giardina

Una mostra sulla patria di questi tempi è piena di insidie. Si teme che possa risvegliare sentimenti nazionalistici, quindi di destra, e razzistici. La patria esclude gli altri, e per la patria in un passato recente si è caduti in battaglia. Ma la mostra al Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo, il museo per le arti applicate (fino al 9 gennaio 2022) è dedicata alle Heimaten, plurale di Heimat, la bella e intraducibile parola tedesca che gli italiani hanno imparato a conoscere negli anni Ottanta grazie a Edgar Reitz, il regista della serie televisiva tedesca Heimat. Non è un caso che Heimat ebbe più successo da noi che in Germania, anche se Reitz rievocava un passato in parte diverso dal nostro. O forse la nostalgia per l´infanzia e la giovinezza è uguale ovunque, sia che si ricordi la campagna padana o quella del Texas.

Heimat è la piccola casa, dove siamo nati, oppure no, il luogo dove siamo cresciuti, abbiamo dato il primo bacio, il campo di calcio dove sognavamo di diventare campioni. Viene da Heim, casa, ma non è la home inglese. Ed è femminile in tedesco, un particolare che conta, mentre Vaterland, sempre patria, è neutro, quella che ci obbliga a andare in trincea, e morire.

Ma i contadini del nostro sud furono spediti sulle Alpi, dove scoprirono la neve mai vista, a battersi e cadere, senza capire dove erano finiti, e perché. L’Heimat non ha bandiere, né inni nazionali. Un tema di attualità, mentre atleti, nati magari in Texas, e non bianchi, vincono una medaglia d’oro alle Olimpiadi. È ridicolo chiedere quale sia la Heimat di Marcell Jacobs. O di Malaika Mihambo, medaglia d’oro per la Germania, nata a Heidelberg, da madre tedesca e padre di Zanzibar.

Già il titolo della mostra di Amburgo, curata da Amelie Klein, è una provocazione. Heimat non viene mai usata al plurale. Se ce ne sono più di una, si suggerisce, significa che non esiste. Peccato che si voglia imporre una tesi per rispetto del politically correct. La bellezza della parola Heimat è proprio nella possibilità di averne diverse, come capita a chi per scelta o per caso, abbia vissuto di luogo in luogo.

Non per citare me stesso, ma io nei avrei almeno cinque, da Palermo dove sono nato, a Roma, a Torino, ad Amburgo dove è nato mio figlio, a Berlino dove sono finito. Quando lo confido, qualcuno mi obietta che dunque non ho radici, in nessun luogo, e l’Heimat non esiste. Ma non si può spiegare quel che si sente. Alla mostra di Amburgo, infatti, si sostiene che l’Heimat ha tre aspetti, quella dell’infanzia, fatta di cartoni animati, di giocattoli, del sapore perduto dei piatti materni, quella che ci costruiamo crescendo, attraverso lo studio e il lavoro, e quella che ci illudiamo di ricordare.

La mia Palermo non esiste più, probabilmente non è mai esistita. L’Heimat è dunque un mito.

Oggi, in Germania, si ha paura di pronunciare la parola. Colpa anche del ministro degli Interni, il falco bavarese Horst Seehofer, che ha voluto aggiungere ai compiti del suo dicastero la difesa dell’Heimat, che sarebbe messa in pericolo dall’arrivo non controllato di troppi stranieri. Il successo dell’AfD, il partito dell’estrema destra, nelle ex regioni della scomparsa Germania comunista, sarebbe dovuto per alcuni alla paura dei tedeschi orientali di perdere la loro Heimat. Non solo per i profughi, soprattutto per la mancanza di rispetto da parte dei fratelli tedeschi dell’ovest, più ricchi e organizzati. La Ddr è durata 40 anni (1949-1989), ma nel museo della storia della Repubblica Federale a Bonn è ricordata appena in una saletta. Non è rimasto, si ricorda ironicamente, che l’ometto che nei semafori segnala il verde per i pedoni, e il Sandmann, l’ometto di sabbia, simbolo del tempo in un cartone tv per l’infanzia.

Troppo poco? L’Heimat è rivolta al passato, che si vuole conservare, mentre viviamo in una società che punta sul continuo cambiamento. Alla mostra si cerca di demitizzare. Si espone un Dirndl, il costume regionale bavarese, cucito con stoffe africane da Marie Darouiche e Rahemee Wetterich, il Dirndl à l´africaine, per ironizzare sul folklore alla bavarese. È bello, si può comprare, costa 790 euro, ma non ha l’abissale scollatura esibita dalle signore di Monaco.

Marli Washington in Nude Binders, legami nudi, fotografa cinque uomini e donne di etnie e pelle diversa, come a sottolineare che le differenze esistono solo nella mente di chi guarda. È vero, siamo tutti uguali, eppure differenti.

L’altro mito del Multikulti, del multiculturalismo, è fallito a Berlino, metropoli cosmopolita. Non si possono mescolare gli esseri umani come gli ingredienti di una maionese che rischia di impazzire. Si sta insieme, e la comunità si arricchisce, per l’apporto di identità diverse, che non si escludono a vicenda. Una Heimat in una foto di gruppo con tante Heimat.