Cosa è classico? Di certo lo smisurato Palazzo della Pilotta con il Teatro Farnese di impronta vitruviana e la Biblioteca Palatina, con il soffitto a cassettoni. Arciclassica la statua di Maria Luigia, omaggio di Canova. Classicheggianti le proporzioni, il ritmo di arconi e scaloni, di paraste e colonne, l’alternarsi di luci e ombre, il respiro, la maestosità degli spazi, le proporzioni, le geometrie serene ma anche inquiete. Sappiamo che classico è un concetto mai uguale. Un’idea che dall’antichità passa per il Rinascimento e come un fiume carsico puntualmente riappare, cambia, arriva con...

Cosa è classico? Di certo lo smisurato Palazzo della Pilotta con il Teatro Farnese di impronta vitruviana e la Biblioteca Palatina, con il soffitto a cassettoni.

Arciclassica la statua di Maria Luigia, omaggio di Canova.

Classicheggianti le proporzioni, il ritmo di arconi e scaloni, di paraste e colonne, l’alternarsi di luci e ombre, il respiro, la maestosità degli spazi, le proporzioni, le geometrie serene ma anche inquiete.

Sappiamo che classico è un concetto mai uguale. Un’idea che dall’antichità passa per il Rinascimento e come un fiume carsico puntualmente riappare, cambia, arriva con una giravolta a Piero Fornasetti (1913-1988) e all’Atelier del figlio Barnaba.

Una classicità interiore, la sua, che poggia su forme e decori riscoperti in ogni accezione, rovine comprese, e li fa vivere però di sogni: li porta sul terreno in cui tutto si può mescolare senza imbarazzo, con un pizzico di stordimento metafisico. È così che l’architettura da immobile diventa mobile, e quindi oggetto d’uso, trumeau o cassettone che sia. È così che infiniti altri oggetti si trasformano in portatori di messaggi, di fiabe quotidiane, di storie raccolte su un vassoio o su una piccola scatola di fiammiferi.

Fornasetti in questo tempo strano abita Palazzo della Pilotta a Parma e sembra esserci sempre stato: un’idea meravigliosa fare la sua mostra qui, che nel rapporto con il grandissimo repertorio di pezzi in mostra, liberi di muoversi tra quadri e statue, di uscire anche dalle bacheche e giocare a nascondino con le opere del Seicento, dà vita a un gioco di rimandi e di sguardi in cui tutto è esibito, smentito, preso sul serio e anche no.

È tutta qui l’anima giocosa ma rigorosa di Fornasetti, che amava la musica, con i suoi canoni e le sue variazioni: muovendosi come un compositore su un pentagramma di immagini anche lui sapeva che dietro la leggerezza di un gatto in ceramica dipinta, magari accoccolato su uno sgabello stile Impero (tantissimi e divertenti), c’era tanto rigore e tanta ricerca.

Piero Fornasetti, il grande irregolare del design, lo studente che nel ‘33 viene cacciato dall’accademia di Brera perché vuole che ci siano gli studi sul nudo e sette anni dopo portato al successo da Gio Ponti.

Fornasetti che tra il ‘54 e il ‘73 viene allontanato da tutte le Triennali per il vecchio vizio di considerare la decorazione un delitto (come professava Adolf Loos). Lui, confinato addirittura tra le opere brutte dal Victoria and Albert Museum di Londra ma poi riabilitato dallo stesso museo, con una grande mostra, tre anni dopo la morte.

Fornasetti amato da designer diversissimi da lui, come Ettore Sottsass e Philippe Starck.

Finiamo tornando alla mostra, il grande spettacolo del Teatro Farnese è scena indelebile.

Questa cavea di legno popolata da oltre mille piatti di ceramica, tutti uguali tutti diversi, tutti accuratamente distanziati (ma meno dei visitatori), viralmente ripetitivi nel proporre Lina Cavalieri, cantante d’opera, musa di Fornasetti. Muti, attoniti o divertenti, spettatori.