Lunedì 20 Maggio 2024
GIOVANNI BOGANI
Magazine

Festival di Cannes, il cinema muore? “No, è necessario e cerca libertà”

L’indagine di Lubna Playoust in “Chambre 999”. Sulle orme del documentario di Wim Wenders del 1982

Roma, 14 maggio 2024 – Nel 1982 Wim Wenders, il regista che aveva filmato gli angeli nel cielo sopra Berlino, si domandò se il cinema fosse morto, dopo neanche cento anni di vita. Interpellò alcuni suoi grandissimi colleghi: Godard, Antonioni, Fassbinder, Herzog, Spielberg. Li mise in una stanza d’albergo di Cannes. E li filmò. Quel film si chiama Chambre 666 . È uno dei più bei documentari sul cinema mai fatti. Jean-Luc Godard, provocatorio, dice: "Oggi la pubblicità è più potente della Corazzata Potëmkin ". E del cinema, da rivoluzionario, sentenzia: "Morirà. È normale. Bisogna morire. Io dovrò morire. Il cinema dovrà morire".

Wim Wenders
Wim Wenders

Tutto si trasforma, la corsa del tempo divora tutto. Godard nel frattempo ha adempiuto al funesto obbligo di cui parlava. E anche Fassbinder e Antonioni. Che invece, in quel film del 1982, giovane settantenne, si professa entusiasta delle nuove tecnologie. Antonioni, sempre vorace di futuro, dice: "Il cinema forse abbandonerà la pellicola, sarà su nastro magnetico, o su altre tecnologie che oggi non conosciamo. E fra qualche anno forse avremo il cinema in casa. I cinematografi scompariranno, ma sarà una cosa lunga". Aveva previsto tutto.

Aveva previsto tutto anche Werner Herzog, che prima di parlare si toglie scarpe e calze. Dice: "Chissà, magari un giorno si ordineranno delle pietanze premendo i tasti del telefono, o sul computer. Si potranno fare operazioni bancarie attraverso il video". Aveva visto l’home banking, Amazon, Glovo. Però, diceva, "non ho paura. La tv è un juke box senza vita. Il cinema sopravviverà sempre".

Oggi, quarant’anni dopo, una giovane regista – Lubna Playoust – si pone la stessa domanda. Il cinema muore? Lo ha chiesto a trenta registe e registi, in un’altra camera d’hotel. Cominciando proprio da Wim Wenders. I due film, Chambre 666 e Chambre 999 , sono visibili insieme in molte città d’Italia in questi giorni. Ne parliamo con la regista, Lubna Playoust, raggiunta al telefono nel suo appartamento parigino.

Lubna, da dove nasce il desiderio di fare questo film?

"Il film di Wenders Chambre 666 mi ha ispirato molto nel mio lavoro. Mi sembrava che la domanda che Wenders poneva – “il cinema è un’arte che sta per sparire?“ – fosse ancora più importante oggi, con tutte le trasformazioni che accadono nell’uso delle immagini, nel modo di crearle, di consumarle".

Fra i registi che compaiono ci sono David Cronenberg, Ruben Ostlund, Paolo Sorrentino, Ashgar Farhadi, Alice Rohrwacher. Che cosa la ha colpita di più, delle risposte dei suoi colleghi?

"Intanto mi ha colpito la disponibilità di molti. Io non sono Wim Wenders, che poteva mettere in campo il suo carisma, i suoi rapporti di amicizia con Antonioni e gli altri. Eppure, hanno accettato tutti, con grande semplicità. Ruben Ostlund, due volte Palma d’oro, l’ho incontrato a una cena e ha subito accettato l’idea. Non pensavo assolutamente che sarebbe venuto".

Dei temi che i registi trattano, che cosa le rimane in mente?

"Il tema della libertà. Libertà creativa, libertà dal denaro: libertà di fare piccoli film, di trasgredire le regole industriali del cinema".

Nel suo film ci sono molte registe donne. Nel film del 1982 ce n’erano solo due...

"Oggi la presenza delle donne nel cinema è molto più importante. Il film si chiude con la riflessione di Alice Rohrwacher, che racconta come il cinema sia simile alla calamita. La calamita, per sapere che è calamita, ha bisogno del ferro vicino; il cinema, per essere cinema, ha bisogno del pubblico. E dello sguardo dei registi, uno sguardo distillato, personale, forte e non anonimo, impersonale, spezzettato come nei frammenti dei social media".

Il cinema, allora, è vivo?

"È necessario. Perché è necessario aprire lo sguardo alle cose che ci circondano, sforzarsi di aprire gli occhi. È necessario uno sguardo che sia un punto di vista sulle cose".

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