Federico Fellini (1920-1993) con Georges Simenon (1903-1989)
Federico Fellini (1920-1993) con Georges Simenon (1903-1989)
di Silvia Gigli Georges e Federico. Due giganti uniti da una profonda, quasi tenera, amicizia. Un’affinità elettiva che emerge in tutta la sua forza e sincerità nel carteggio Carissimo Simenon Mon cher Fellini pubblicato da Adelphi nel 1998. A pochi giorni dalla scomparsa dell’ editore Calasso e nelle ore che precedono l’apertura del museo riminese dedicato al cineasta, è singolare ricordare che fu proprio su sollecitazione di Fellini che Simenon decise di lasciare Mondadori e di affidarsi ad Adelphi che sta tutt’ora pubblicando le sue opere. L’occasione dell’incontro tra Federico e Georges fu il Festival di Cannes del 1960 del quale lo scrittore belga era presidente di giuria. In gara, Bergman, Buñuel, Antonioni, Fellini. Fu un’edizione indimenticabile, soprattutto per il modo con cui Simenon si battè per far vincere la Dolce vita. Nacque così, quasi per un gioco del destino, un’intesa segreta, affettuosa, fraterna, tra i due grandi uomini del cinema e...

di Silvia Gigli

Georges e Federico. Due giganti uniti da una profonda, quasi tenera, amicizia. Un’affinità elettiva che emerge in tutta la sua forza e sincerità nel carteggio Carissimo Simenon Mon cher Fellini pubblicato da Adelphi nel 1998. A pochi giorni dalla scomparsa dell’ editore Calasso e nelle ore che precedono l’apertura del museo riminese dedicato al cineasta, è singolare ricordare che fu proprio su sollecitazione di Fellini che Simenon decise di lasciare Mondadori e di affidarsi ad Adelphi che sta tutt’ora pubblicando le sue opere.

L’occasione dell’incontro tra Federico e Georges fu il Festival di Cannes del 1960 del quale lo scrittore belga era presidente di giuria. In gara, Bergman, Buñuel, Antonioni, Fellini. Fu un’edizione indimenticabile, soprattutto per il modo con cui Simenon si battè per far vincere la Dolce vita. Nacque così, quasi per un gioco del destino, un’intesa segreta, affettuosa, fraterna, tra i due grandi uomini del cinema e della letteratura che si manifestarono reciproco appoggio in un carteggio delicato e intenso durato quasi trent’anni.

Nel maggio del 1976, Simenon rivelò che "grazie alla complicità di due o tre colleghi, e in particolare dell’amico Henry Miller, abbiamo potuto assegnare la Palma d’Oro al regista che aveva meno probabilità di ottenerla, cioè a Fellini per il suo La dolce vita, che resta uno dei pilastri del cinema". La prima lettera è del 4 luglio 1960. Tutte le lettere recuperate, tranne rare eccezioni, sono conservate nel Fondo Simenon a Liegi.

Nel settembre 1969 lo scrittore non sta più nella pelle: ha letto l’intervista di Fellini all’Express sul Satyricon e confessa: "Alla quarta frase ero sbalordito e mi dicevo che le sue risposte erano le stesse che avrei dato io. È sempre miracoloso scoprire di avere un fratello da qualche parte. Volto la pagina e, a conferma del fatto che non mi ero sbagliato circa le nostre “affinità elettive“, mi trovo davanti quello che lei dice di me. A questo punto non vedo l’ora che il film arrivi da noi. Sento già che Satyricon sarà un’esperienza esaltante".

La differenza di età (Simenon è del 1903, Fellini del ’20), l’ambiente lontanissimo nel quale si sono formati, non ferma la rincorsa di questa amicizia fatta di ammirazione e confidenze, scoramenti e sollecitazioni, in un mutuo scambio di sentimenti ed emozioni che a tratti commuove. Chi si scrive non sono il padre di Maigret e il genio del cinema ma due uomini, profondamente consci dell’inevitabilità del loro compulsivo creare a costo anche di dolore e infelicità. Un idem sentire che li lega più di ogni altra cosa.

Scrive Fellini, sempre nel ’69: "È la verità che il vostro talento senza limiti e la vostra sovrumana possibilità di disciplina nel lavoro creano soggezione e meraviglia; bisogna pensare alle vostre qualità umane ed ecco che allora uno scopre di volervi bene e diventate una presenza famigliare, l’amico più grande che tutti vorrebbero avere, un compagno di lavoro e di vita, un punto di riferimento che non delude mai e dà forza".

Fellini si trova a confessare all’amico un sogno fatto prima di iniziare il Casanova. "Ero in un periodo nero. Inerzia, sfiducia, ristagno, odio verso il film, sensazione di essermi cacciato in un brutto pasticcio. Che c’entro io con Casanova? Una notte

sogno di svegliarmi per il ticchettio di una macchina da scrivere. In una torre c’è un monaco circondato da bambini, si volta ed è Simenon. Non so spiegarle perché ma mi sono svegliato meno teso e il film l’ho fatto".

Nel ’76 Simenon ha 73 anni e confida all’amico Federico "mi sento ancora un ragazzino. Probabilmente lei è l’unica persona al mondo cui mi senta legato sul

piano creativo. Vorrei farle capire quanto mi sento vicino a lei non solo come artista ma come uomo. Tutti e due siamo rimasti, e spero che tali resteremo sino alla fine, dei ragazzi cresciuti che obbediscono a impulsi interiori e spesso inesplicabili".

L’amore per il circo, la passione per Jung, la superstizione, il trasporto per le donne, il senso di vuoto e di inutilità che si prova alla fine e all’inizio di ogni opera, sono emozioni che i due condividono in pieno. "Sa cosa mi diceva Maurice Chevalier sugli attacchi di panico? Solo i mediocri non conoscono la fifa" scrive Simenon per tranquillizzare l’amico. "Temo proprio – gli risponde Fellini alle prese con mille crisi per La città delle donne –, che lei mi stia viziando e che questa misteriosa sincronicità (io in crisi e Simenon che mi scrive) rischi di diventare una necessità indispensabile". "Non c’è mai una via semplice, e lei dovrebbe saperlo più di altri" ribatte Simenon.

"Il nostro lavoro ha questo di portentoso – chiosa Fellini – una volta che ci si è buttati a capofitto, la salute di sempre ricompare, il volto cambia, lo sguardo anche. Insomma si è sempre giovani". Georges e Federico, due fanciulli che hanno reso il mondo un luogo migliore.