di Giovanni Bogani Federico Fellini non è solo il regista del sogno, dei turbamenti di Marcello Mastroianni in 8 e ½ e di Anita Ekberg che fa il bagno di notte nella fontana di Trevi nella Dolce vita, idolatrato, amato e criticato, il vincitore dell’Oscar alla carriera: "E adesso per favore, Giulietta, stop crying", smettila di piangere. Fellini non è soltanto il regista così inafferrabile che per raccontarlo si è dovuto creare un aggettivo: felliniano. E lui, con la consueta ironia, commentava: "Ho sempre desiderato diventare un aggettivo". C’è stato un tempo in cui Fellini er un ragazzo magrissimo, sconosciuto, pieno di fame e di voglia di farsi conoscere. Era appena arrivato a...

di Giovanni Bogani

Federico Fellini non è solo il regista del sogno, dei turbamenti di Marcello Mastroianni in 8 e ½ e di Anita Ekberg che fa il bagno di notte nella fontana di Trevi nella Dolce vita, idolatrato, amato e criticato, il vincitore dell’Oscar alla carriera: "E adesso per favore, Giulietta, stop crying", smettila di piangere. Fellini non è soltanto il regista così inafferrabile che per raccontarlo si è dovuto creare un aggettivo: felliniano. E lui, con la consueta ironia, commentava: "Ho sempre desiderato diventare un aggettivo". C’è stato un tempo in cui Fellini er un ragazzo magrissimo, sconosciuto, pieno di fame e di voglia di farsi conoscere. Era appena arrivato a Roma dalla sua Rimini. Collaborava come autore di vignette alla rivista Marc‘Aurelio, scriveva gag per Macario, si aggirava nei corridoi dell’Eiar, la futura Rai, dove conobbe Giulietta Masina. Inventava sketch, le Avventure di Cico e Pallina. Andava a pranzo con Aldo Fabrizi, e scrisse per lui i soggetti di due film: Avanti c’è posto e Campo de’ fiori. In tutta questa frenesia, e in questa fame – c’era la guerra, e la prima preoccupazione era mettere insieme qualcosa da mangiare – Federico Fellini scrisse delle commedie radiofoniche, i cui copioni sono conservati nell’archivio Fellini della Cineteca di Rimini. Un regista da anni attento alla drammaturgia radiofonica, Sergio Ferrentino, eporediese, già direttore di Radio popolare e conduttore di Caterpillar, ha raccolto questi copioni e li ha portati in scena. Il suo spettacolo Radio Amarcord unisce quattro delle brevi commedie radiofoniche di Fellini. È stato presentato in anteprima al Torino film festival giovedì scorso, in diretta sul canale Facebook della manifestazione.

Ferrentino, come è nato il progetto? Di che cosa si tratta esattamente?

"Si tratta di quattro brevi radiodrammi scritti da Federico Fellini fra il 1940 e il 1944. I titoli sono Di notte le cose parlano, Una lettera d’amore, Dalla finestra e Un signore molto sensibile. Durano circa 15 minuti ciascuno. Con la nostra compagnia, Mercury Theatre, portiamo in scena questi testi rispettando la loro natura radiofonica".

Cosa accade sul palco?

"È come se il palcoscenico diventasse uno studio radiofonico: ogni attore ha la sua asta e il suo microfono: non interagiscono con i corpi, ma con le voci. Se un attore dice ‘basta, me ne vado, ciao’, gira la testa via dal microfono, mentre un altro cammina e un altro ancora sbatte una porta. Nello spettatore si ricrea l’effetto sonoro".

Stile studio di doppiaggio.

"Studio radiofonico, direi. La radio è stata importantissima per portare la prosa agli italiani".

Parliamo di ’quel’ Fellini, quasi totalmente sconosciuto.

"Era un ragazzo, aveva poco più di vent’anni. Eravamo negli anni della guerra, e dunque della fame: per sbarcare il lunario scriveva. E scriveva per l’Eiar, la futura Rai, queste brevi storie".

Che Fellini era? In che cosa era diverso da quello successivo?

"Era un Fellini molto semplice, che raccontava storie d’amore, ma già con la sua grazia, la sua originalità. Siamo abituati a immaginare un Fellini pirotecnico, onirico, con le enormi costruzioni scenografiche, con le storie che sfiorano l’andamento del sogno. Questo è un Fellini più quieto, ma nel quale ci sono già, in nuce, tutti i temi successivi".

Che cosa dicono gli spettatori?

"Spesso dicono una frase che mi piace molto: ‘Mi sembrava di sentire un film’. È il più bel complimento che possono farmi".