Mercoledì 22 Maggio 2024

Iginio Straffi, il Fabbricante di trionfi: "I ragazzini di tutto il mondo credono sempre nell’amore. Noi italiani al top di Netflix"

Tratto da Erin Doom è il film (non in inglese) più visto sulla piattaforma in 53 Paesi. Dietro il successo il papà delle Winx: "Ora pensiamo a una serie tv"

Ferioli e Baldasseroni nel Fabbricante di lacrime

Ferioli e Baldasseroni nel Fabbricante di lacrime

Roma, 29 aprile 2024 – Regista, produttore, fondatore dello studio d’animazione Rainbow e padre delle Winx, Iginio Straffi, marchigiano, 58 anni, è l’uomo dietro al successo di Fabbricante di lacrime, l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Erin Doom. Il film, distribuito da Netflix, staziona ormai da tre settimane al vertice della classifica globale dei film non in lingua inglese più visti sulla piattaforma streaming (al momento è in cima alla top 10 di Netflix di 53 Paesi): è la prima volta che un prodotto italiano riesce in questa impresa.

Straffi, come spiega l’incredibile record su Netflix?

"Parte tutto dalla storia, ho creduto fin da subito che avesse elementi affini a una sensibilità globale rispetto ai temi raccontati: un amore tormentato, come quello tra i protagonisti Nica e Rigel, funziona fin dai tempi di Giulietta e Romeo. Poi c’è il lavoro scrupoloso che abbiamo fatto sulla scelta degli interpreti, delle musiche, delle ambientazioni, della fotografia volutamente malinconica: tutto è stato studiato per essere coerente al mood del racconto e al dna del romanzo. Acquistare i diritti del Fabbricante è stata un’ottima intuizione. Merito del nostro reparto editoriale, in particolare di Paola Boschi che è sempre molto attenta nel tenere d’occho i fenomeni letterari. Nel tempo, poi, abbiamo maturato una certa esperienza per prodotti dedicati ai teen: quest’anno festeggiamo 20 anni di “Winx Club“, ragazzi e ragazze sono cresciute con noi".

Chissà i risultati al botteghino, se il film fosse uscito nelle sale…

"Se milioni di persone lo hanno visto in streaming, non ho dubbi che una buona parte di queste sarebbero anche a vederlo al cinema. La scelta di uscire su Netflix, e quindi rendere il Fabbricante di lacrime disponibile in 190 Paesi, è stata fatta per per rispondere a una sfida: scoprire se la creatività italiana potesse arrivare ai vertici del mondo. Direi che abbiamo vinto".

C’è stato un confronto con l’autrice del romanzo per l’adattamento?

"Sì, è stato continuo e importante: tenevo molto ad averla a bordo del progetto. Come autore ho avuto modo di rapportarmi agli showrunner e ad altre varie altre figure per la serie Fate: The Winx Saga (Netflix, due stagioni) e so cosa vuol dire rischiare di essere in una posizione in cui si subiscono e basta le decisioni rispetto a una tua opera. Matilde (vero nome di Erin Doom) ha contribuito tantissimo, a livello di scrittura prima di tutto: ha scritto lei, ad esempio, le battute del voice over iniziale, una parte che nel libro non c’è".

Cosa l’ha convinta dei giovani interpreti, Caterina Ferioli (Nica) e Simone Baldasseroni (Rigel)?

"Avevano la freschezza giusta per questo tipo di prodotto. Già nei provini mi sono sembrati quelli meglio calati nelle rispettive parti: Baldasseroni il bello e maledetto, Ferioli ragazza che sembra delicata ma che in realtà ha un grande carattere e una grande forza interiore. In generale, ha seguito da molto vicino tutte le fasi di realizzazione del film. Tenevo molto a che la fiducia dataci da Netflix venisse ripagata, ho messo a frutto tutta la mia esperienza nel settore. Ovviamente Alessandro Genovesi, il regista, ci ha messo la sua ottima capacità di messa in scena e ha saputo interpretare bene le richieste produttive. Per le scene più difficili ho anche realizzato degli storyboard per cercare di aiutarlo, un metodo un po’ da film americano se vogliamo. È sua anche la scelta di riportare esattamente uguali alcune battute di dialogo dal libro. Ho dato istruzioni precise a riguardo, discutendone anche con Genovesi ed Eleonora Fiorini (co-sceneggiatori). C’era il dubbio che le battute fossero poco rappresentative del linguaggio e dell’espressività contemporanea dei giovani, ma sono frasi troppo iconiche, identificative della storia – so di ragazze che se le sono tatuate su un braccio, per intenderci: hanno colpito il pubblico e per questo bisognava rispettarle. Ovvio che un vero adattamento avrebbe comportato uno stravolgimento totale".

Su questo si è concentrata anche gran parte dei giudizi negativi che circolano in particolare sui social. Lei come risponde?

"Il punto è che il libro di Erin Doom è riuscito a interpretare un certo mondo adolescenziale con successo, e noi nel film abbiamo voluto preservare nel miglior modo possibile tutti questi elementi per fare giustizia all’opera originale. È chiaro che già il romanzo attira le critiche di chi, per dire, legge solo letteratura classica: con il Fabbricante di lacrime siamo di fronte a una storia di formazione per teenager, a una rappresentazione dell’amore se vogliamo anche vecchio stile rispetto a quella che va per la maggiore oggi eppure, checché se ne dica, funziona. Bisogna prima fare proprie le coordinate del racconto per apprezzarlo. La verità è che con il successo del libro prima e del film poi – che per altro è arrivato in posti dove il romanzo non era stato pubblicato – abbiamo avuto ancora una volta la prova che ai giovani, nonostante cambino i tempi, questi temi e queste storie piacciono".

C’è qualcosa che che vi è dispiaciuto tagliare nell’adattamento?

"Abbiamo dovuto tralasciare molte sottotrame interessanti, come quella di Miki, ma ce ne sono tante altre. Andrebbero forse approfondite meglio in una serie, che darebbe più respiro al tutto...".

Quindi più che il sequel, in cantiere c’è una serie?

"Ci stiamo pensando, vediamo se con Netflix ci saranno le condizioni per realizzarla".

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