di Roberto Giardina Il personaggio più riuscito di Antonio Pennacchi era se stesso, l’aveva costruito con ironia, e si prendeva in giro, eppure amava questa sorta di doppio letterario. Il berretto con la visiera, la sciarpa rossa, il ritratto di uno scrittore operaio, comunista d’un pezzo, ed anche no. Da giovane era stato fascista per breve tempo, ed è sempre stato in realtà fuori dal partito, scettico sui compagni di strada. È morto ieri, a 71 anni, per un malore nella sua casa di Latina, la città dove era nato (il 26 gennaio del 1950), e che lo aveva ispirato, a cui era fedele, e aveva trasformato nei romanzi in un altro luogo. I paragoni sono sempre da evitare per gli scrittori, e mettono fuori strada, ma Pennacchi era compagno, non simile, di un Faulkner, o di uno Steinbeck, gli scrittori del sud americano. La sua era una famiglia di operai venuti...

di Roberto

Giardina

Il personaggio più riuscito di Antonio Pennacchi era se stesso, l’aveva costruito con ironia, e si prendeva in giro, eppure amava questa sorta di doppio letterario. Il berretto con la visiera, la sciarpa rossa, il ritratto di uno scrittore operaio, comunista d’un pezzo, ed anche no. Da giovane era stato fascista per breve tempo, ed è sempre stato in realtà fuori dal partito, scettico sui compagni di strada. È morto ieri, a 71 anni, per un malore nella sua casa di Latina, la città dove era nato (il 26 gennaio del 1950), e che lo aveva ispirato, a cui era fedele, e aveva trasformato nei romanzi in un altro luogo.

I paragoni sono sempre da evitare per gli scrittori, e mettono fuori strada, ma Pennacchi era compagno, non simile, di un Faulkner, o di uno Steinbeck, gli scrittori del sud americano. La sua era una famiglia di operai venuti dall’Umbria, per parte paterna, e di coloni veneti, per parte di madre, scesi dal Veneto a colonizzare la terra più infelice d’Italia, le paludi pontine. Una famiglia numerosa, sette fratelli e sorelle, che da giovani si iscrivono al partito comunista.

Antonio è sempre contro, qualcuno o qualcosa, e si iscrive al movimento sociale, da cui viene inevitabilmente espulso per tornare a sinistra, ma ancora ribelle si avvicina ai maoisti dell’Unione comunisti italiani. È un contestatore, qualche anno prima del ´68. Chi anticipa i tempi si trova sempre solo. Per vivere fa l’operaio, all’Alcatel Cavi di Latina, e lo rimane per buona parte della vita, per trent’anni. Entrerà nel partito socialista alla fine degli anni Settanta, si iscrive alla Cgil, e di nuovo sarà espulso. Entra nella Uil, prende la tessera del Pci, rientra nella Cgil e finirà ancora espulso. Si stanca della politica, è finito in cassa integrazione, finalmente libero si iscrive a Lettere alla Sapienza, e si dedica alla scrittura.

Non si possono capire i romanzi, se non si conosce la sua biografia. Sono storie autobiografiche, ma come un sogno, o un incubo riflette la realtà. Il primo libro, Mammut, sarà rifiutato da 33 case editrici, quasi tutte quelle sul mercato. Con alcune insiste, con caparbia ingenuità, cambiando il titolo. Il romanzo viene alla fine accettato da Donzelli nel ’94. Segue Palude, una storia della sua terra, come Una nuvola rossa. Il primo successo arriva nel 2003 con Il fasciocomunista, protagonista ovviamente lui, l’alter ego di Antonio Pennacchi. Per alcuni è il suo miglior libro, da cui verrà tratto il film Mio fratello è figlio unico, con Riccardo Scamarcio ed Elio Germano, con la regia di Daniele Lucchetti. Storia di due fratelli, sempre le due facce di Pennacchi. Il film avrà un premio speciale al festival di Cannes. Ma a lui non piace: "Tutto il finale è diverso dal romanzo, la mia storia è stata stravolta". Ha ragione lui, ma l’industria del cinema segue altre regole.

Nel 2007 prende la tessera del partito democratico, e da quel momento fustiga i compagni, non risparmia gli errori che giudica intollerabili. È ribelle, un anarchico, ma paradossalmente coerente. Quando ritorna nella politica attiva, presenta a Latina a sostegno del candidato del centrosinistra una sua lista "Pennacchi per Latina - Futuro e libertà". Il grande anno è il 2010. Esce Canale Mussolini, una grande storia di famiglia e dell’Italia, dal primo dopoguerra quasi ai nostri giorni, dagli scontri tra squadristi e socialisti alla marcia su Roma.

Il romanzo vincerà il Premio Strega, che Pennacchi riceve sfoggiando la sua sciarpa rossa come una bandiera. È la storia della bonifica dell’agro pontino voluta da Mussolini. Nella pianura padana si muore di fame, e si scende al sud con la promessa di un fazzoletto di terra da strappare alle paludi, lottando contro la malaria. Una grande saga narrata con uno stile opulento, gravido di aggettivi, come un fiume in piena che scorre lento. I nuovi arrivati non sono bene accetti dai locali che li chiamano invasori. Ancora una guerra, e gli alleati sbarcano ad Anzio, e si battono metro per metro, per un anno con i tedeschi tra Cisterna e Aprilia, lungo il Canale Mussolini. I Peruzzi, la famiglia letteraria di Pennacchi, non hanno idee chiare: per difendere il loro podere sparano su chi invade, gli americani. La storia è sempre confusa, è un inganno, per chi la subisce. Pennacchi si è battuto su tutti i fronti, senza una bandiera, senza mai tradire se stesso, o il suo alter ego.