La copertina del libro di Elia Carsen “Io, specchio dei tuoi occhi malati“ (Ledizioni)
La copertina del libro di Elia Carsen “Io, specchio dei tuoi occhi malati“ (Ledizioni)
di Giovanni Bogani Frammenti di un discorso amoroso, li avrebbe forse chiamati Roland Barthes. Se non che aveva già intitolato così un suo libro. Frammenti di un discorso amoroso, di un dialogo potenzialmente infinito, quello fra l’uomo e la donna, che cercano se stesso nell’altra, che cercano nell’Altro il proprio specchio. Sono i frammenti del discorso amoroso raccolti in un breve libro, Io, specchio dei tuoi occhi malati, pubblicato da Ledizioni e firmato da Elia Carsen. La scrittura di Carsen è raffinata, complessa, colta. Elia fonde e...

di Giovanni Bogani

Frammenti di un discorso amoroso, li avrebbe forse chiamati Roland Barthes. Se non che aveva già intitolato così un suo libro. Frammenti di un discorso amoroso, di un dialogo potenzialmente infinito, quello fra l’uomo e la donna, che cercano se stesso nell’altra, che cercano nell’Altro il proprio specchio.

Sono i frammenti del discorso amoroso raccolti in un breve libro, Io, specchio dei tuoi occhi malati, pubblicato da Ledizioni e firmato da Elia Carsen.

La scrittura di Carsen è raffinata, complessa, colta. Elia fonde e rimescola citazioni letterarie e musicali, cita Kafka, Pascoli, ma anche i divisionisti, pittori che componevano i loro quadri con un numero infinito di puntini colorati. E sembra fatto di puntini colorati il libro, che raccoglie nelle sue 150 pagine dialoghi dell’autore con sei donne. Il libro ha come sottotitolo Dialoghi e cadenze con anime sparse. Sono sempre dialoghi amorosi, erotici, fra un uomo – lo stesso – e una donna, sempre diversa. Dialoghi in cui, come in una partita a scacchi, ciascuno cerca di dare il "matto" all’altro, mettendone a nudo l’anima.

Le parole dei dialoghi sono sontuose, viluppi di parole che imprigionano l’altro come una ragnatela di Spider Man. I dialoghi sono minuetti verbali, con donne che si chiamano Petra, Franziska, Federica, Luana, Grace e Sophia. E forse non è un caso che si inizi da un nome refrattario, roccioso – Petra – per finire con una donna il cui nome evoca la conoscenza, Sophia. Perché, in questo libro, l’amore non è questione di carne, sangue, abbracci, tatto, bocche, mani che si stringono. È piuttosto una questione di anime che si svelano, di verità che si scoprono. Il gioco dell’amore, per Elia Carsen, è mettere a nudo un’anima, non un corpo.

Carsen modella espressioni poetiche: "Le note adagiate sul pentagramma del nostro volerci e vicendevole asservirci". "Respiro la perversione che celi disperatamente". "Ci aggrovigliammo nel nodo fatale delle nostre vite disperse".

Nelle loro vite disperse, nei loro nodi, nei loro grovigli, i personaggi parlano e arrivano a noi. Lui provoca i personaggi femminili. A una di loro dice "stai camminando alla cieca nelle crepe della tua confusione affettiva". Un’altra la mette in guardia, sta per "cadere nella rupe dei condannati a una vita senza sussulti". Sembra guardarle più con lucidità che con empatia. Con la luce dello speleologo di anime, più che con il cieco abbandono dell’amante.

E naturalmente sa che l’amore è una tensione destinata ad essere sempre frustrata, vanificata, sconfitta. Parla del "nostro inseguirci, senza mai raggiungerci fino in fondo". È così che viviamo, è così che ci amiamo, è così che ci inseguiamo, per un morso di immortalità. No, questo non è Elia Carsen. Questo è Ivano Fossati.