Si è conclusa il 5 settembre l’undicesima edizione del Valtellina Festival LeAltreNote, che dal 25 luglio ha trasformato la provincia di Sondrio, uno dei territori più belli e affascinanti della Lombardia, in un palcoscenico itinerante. "Il pubblico ha risposto alla grande - spiega Francesco Parrino, violinista e direttore artistico della kermesse -; ed è un risultato significativo soprattutto perché la pandemia continua ancora a mordere. Ma noi siamo stati bravi a seguire scrupolosamente le direttive ministeriali e le norme anti-Covid". Merito anche di una macchina organizzativa perfetta: 44 eventi in 19 comuni, 131 artisti ospiti e oltre 100 autori, che si sono alternati per deliziare i palati musicali più raffinati, ma pure per parlare di ambiente. Mormorio della Montagna è stato infatti il tema principe di quest’annata, e un po’ viene da pensare, nostalgicamente, a Mario Soldati, che ne L’Avventura in Valtellina (1986) descrive la musica del ghiacciaio. Oggi le cose sono cambiate. "I ghiacciai si sono visibilmente ritirati, la violenza a cui ora assistiamo non è quella suggestiva espressione di vitalità della natura descritta da Soldati - continua Parrino - ma un grido di dolore: le repentine e drammatiche manifestazioni dei cambiamenti climatici, con il susseguirsi di siccità e prosciugamento delle risorse acquifere, inondazioni e devastazioni dei patrimoni naturali".

Ed ecco che interviene la musica. Che dà conforto allo spirito, ma può anche aiutarci a capire. È questo lo spirito di LeAltreNote.

Cosa può insegnarci la musica?

"Mi viene in mente la Sinfonia delle Alpi di Strauss, uno dei concerti più belli di questa edizione del festival, che si è tenuto l’8 agosto nell’alpeggio di Campagneda, a Lanzada, e il giorno seguente nella splendida chiesa di Sazzo, a Ponte in Valtellina, ed è stato anche patrocinato dal Parlamento Europeo. I musicisti che si sono esibiti si sono fatti interpreti delle voci della natura. Che, mi creda, ha molto da raccontare".

E cosa ci racconta?

"Proust diceva: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Sostanzialmente ci spiega che noi percepiamo il mondo per come siamo. Il mondo è uno specchio di noi, ma allo stesso tempo noi siamo specchio della natura. E allora, invece di riempire il nostro pianeta di rumori dovremmo imparare ad ascoltarlo. Un po’ come faceva il compositore francese Olivier Messiaen, che andava nella foresta per catalogare il canto degli uccelli. Il suo era un vero e proprio atto d’amore. Anche il nostro festival - che tra l’altro ha previsto non solo concerti ma anche una serie di convegni sull’ambiente, con testimonial d’eccezione come l’antropologa Elisabetta Dall’Ò e Giuseppe Lafranconi (guida alpina e Ragno di Lecco, ndr) - lo è".

Perché ha scelto la Valtellina?

"Perché è un territorio bellissimo e non facilmente accessibile. Permette, in altre parole, un contatto di diretto con la natura. Ma è anche un questione di cuore: la mia famiglia viene da lì".

Cosa le ha lasciato questa edizione?

"Due cose: la grandezza della musica e l’importanza del silenzio. Che sono strettamente connessi. La musica infatti parte dal silenzio, talvolta è un intervallo tra due silenzi, ma è soprattutto portatrice di significato. Anche se non ce ne accorgiamo. Luoghi come la Valtellina ti aiutano a capirlo".

Giuseppe Di Matteo