Edith Bruck, 90 anni, finalista al Premio Strega con "Il pane perduto"
Edith Bruck, 90 anni, finalista al Premio Strega con "Il pane perduto"
Edith Bruck ha novant’anni e piace ai giovani. Racconta da anni nelle scuole la sua incredibile esperienza di vita: da un villaggio ungherese a Auschwitz e Bergen Belsen, fino a diventare scrittrice di lingua italiana. Il suo libro autobiografico Il pane perduto (La nave di Teseo), in gara per il Premio Strega (finale giovedì 8), ha già vinto lo Strega Giovani. Intanto è uscita una raccolta di poesie: Tempi. Edith Bruck, pensando all’aforisma di Adorno, nel suo caso sembra che si possa scrivere poesia dopo (essere stati) ad Auschwitz... "Ho letto sempre molte poesie, fin da bambina, e ho sempre sognato di scriverne ma non osavo dare forma a questa voce. La prima poesia che ho scritto è L’uguaglianza padre! È ispirata a quello che mi gridò mia madre, quando fummo separate ad Auschwitz: “Cerca tuo padre, cerca tuo padre!“ Io...

Edith Bruck ha novant’anni e piace ai giovani. Racconta da anni nelle scuole la sua incredibile esperienza di vita: da un villaggio ungherese a Auschwitz e Bergen Belsen, fino a diventare scrittrice di lingua italiana. Il suo libro autobiografico Il pane perduto (La nave di Teseo), in gara per il Premio Strega (finale giovedì 8), ha già vinto lo Strega Giovani. Intanto è uscita una raccolta di poesie: Tempi.

Edith Bruck, pensando all’aforisma di Adorno, nel suo caso sembra che si possa scrivere poesia dopo (essere stati) ad Auschwitz...

"Ho letto sempre molte poesie, fin da bambina, e ho sempre sognato di scriverne ma non osavo dare forma a questa voce. La prima poesia che ho scritto è L’uguaglianza padre! È ispirata a quello che mi gridò mia madre, quando fummo separate ad Auschwitz: “Cerca tuo padre, cerca tuo padre!“ Io vedevo un gruppo di uomini nudi che si allontanavano verso un destino ignoto e per calmarla gridai: “Lo vedo, è quello, alto e magro”. Ma non era mio padre. Quegli uomini erano nudi e tutti uguali, non c’erano distinzioni fra ricchi e poveri. L’uguaglianza che mio padre aveva sempre sognato, si era realizzata nell’orrore".

Nel suo libro scrive che l’Italia dopo la guerra le pareva il centro del mondo.

"Dopo il ’45 noi sopravvissuti eravamo come avanzi di vita, mendicavamo accoglienza: cercavamo amore, abbracci, ma non avevamo nulla di questo. Arrivai in Italia nel ’54 e a Napoli per la prima volta mi sentii davvero accolta. C’era un’atmosfera che faceva venire voglia di rimanere, pur senza capire una sola parola di italiano. Poi arrivai a Roma".

La prima lezione di lingua gliela diede Ugo Tognazzi...

"All’epoca ero ballerina in una piccola compagnia, e lui frequentava lo stesso nostro locale insieme con Walter Chiari. Io naturalmente non sapevo chi fossero. Le prime parole di italiano che imparai erano: uno, due, tre... All’epoca Tognazzi conduceva un programma con Raimondo Vianello che si chiamava così e lui cercava di spiegarmelo, mentre mi chiedeva di ballare con lui... Io sono molto grata all’Italia: ero gonfia di parole non dette e la lingua italiana per me è stata la salvezza".

Però lei non ama definire l’Italia come la sua patria. Perché?

"Non mi piace la parola, perché nel nome della patria hanno ucciso milioni di persone. Patria è una parola sbagliata, la patria è il mondo, è dove viviamo. Nel nome della patria, della nazione, dell’Italia, della Germania abbiamo avuto il razzismo, l’antisemitismo, la guerra. E non è che tutto sia finito".

È preoccupata?

"Sono preoccupata perché sta venendo avanti una nuvola nera. Torna l’antisemitismo, in Europa si distruggono i cimiteri ebraici, sui muri si scrive ebrei ai forni e i governi sembrano non accorgersi di nulla. Non ho paura per me, ma per i giovani e il futuro".

I giovani sembrano ascoltarla.

"Da anni parlo nelle scuole e so che i ragazzi hanno sete di conoscenze. Se penso a loro, mi dico che non sono sopravvissuta inutilmente. Oggi i genitori non parlano con i figli e i vecchi non contano niente, non sono ascoltati".

Lei dedica una poesia a Primo Levi che si chiude così: 'Il nostro dovere è vivere e mai morire! Perché Primo?'

"Seppi della sua morte dopo mezz’ora: mi chiamò suo cognato, io ero a tavola con mio marito e cominciai a piangere. Urlavo come una matta: la nostra vita non è solo nostra, non aveva il diritto di suicidarsi! Poi ci ho ripensato e ho cambiato idea ma è vero che le nostre vite non appartengono solo a noi, ma anche alla storia del ‘900. Anche Primo era assillato dal pensiero su che cosa accadrà dopo che anche l’ultimo testimone sarà sparito".

Che accadrà?

"Secondo me ci sarà più negazionismo, perché è molto difficile trasmettere qualcosa che non si è vissuto. Come si racconta, senza averlo visto, dei bambini attaccati a terra dal ghiaccio? Della marcia di più di mille chilometri a piedi? Del ritorno a Bergen Belsen e delle migliaia di cadaveri accatastati che trovammo? Temo che tutto lentamente sarà normalizzato, appiattito. Mi è capitato, all’uscita di una chiesa, di sentire una donna che parlava degli immigrati e diceva: che affoghino pure tutti. È stata come una coltellata. Mi ha fatto un male incredibile, come se lo avesse detto a me".