di Riccardo Jannello Ma chi era davvero Philip Roth – morto ottantacinquenne il 22 maggio 2018 a New York – come voleva apparire ai posteri in quell’eterna lotta fra chi lo considerava un grande autore (il "maggiore scrittore statunitense dopo Faulkner" per Harold Bloom) e chi lo disegnava come il più perverso, demoniaco, amorale che ci potesse essere. Oggi esce in America (in Italia il prossimo anno per Einaudi) la "biografia totale" dell’autore di molti monumenti letterari (da Lasciar andare, 1962, a Nemesi, 2010), scritta da Blake Bailey, da lui stesso scelto nove anni fa quando gli disse: "Non voglio che mi riabiliti, mi renda interessante". "La linfa vitale della narrativa è la concretezza, l’incessante concentrazione sui particolari, il fervente interesse per la natura singolare delle cose e la...

di Riccardo Jannello

Ma chi era davvero Philip Roth – morto ottantacinquenne il 22 maggio 2018 a New York – come voleva apparire ai posteri in quell’eterna lotta fra chi lo considerava un grande autore (il "maggiore scrittore statunitense dopo Faulkner" per Harold Bloom) e chi lo disegnava come il più perverso, demoniaco, amorale che ci potesse essere. Oggi esce in America (in Italia il prossimo anno per Einaudi) la "biografia totale" dell’autore di molti monumenti letterari (da Lasciar andare, 1962, a Nemesi, 2010), scritta da Blake Bailey, da lui stesso scelto nove anni fa quando gli disse: "Non voglio che mi riabiliti, mi renda interessante".

"La linfa vitale della narrativa è la concretezza, l’incessante concentrazione sui particolari, il fervente interesse per la natura singolare delle cose e la profonda avversione per le generalizzazioni". Parlando al Newark Museum il 19 marzo 2013, alle celebrazioni per l’ottantesimo compleannno, Roth non solo rese omaggio alla terra natìa, il New Jersey, ma raccontò le dinamiche che nella sua testa lo avevano portato a scrivere. "Ricordare oggetti banali come il cestino di una bicicletta – disse – ha rappresentato una parte non insignificante della mia vocazione. Il patto che in quanto romanziere ho dovuto sottoscrivere prevedeva che rovistassi in continuazione nella memoria".

Roth, mai premiato col Nobel (ma col Pulitzer e mille altri riconoscimenti sì), rappresenta una delle figure più grandi della letteratura contemporanea; raccontando la vita americana reale e ucronica attraverso propri alter ego ha messo sul tavolo tutti i difetti, le mancanze e i peccati di una società complessa vista attraverso gli occhi di un ebreo senza limiti e per questo poco apprezzato dagli ineffabili accademici di Svezia, che potevano salvare capra e cavoli concedendogli il Nobel post mortem assegnato nel 2019, dopo che era saltata la cerimonia del 2018 per uno scandalo sessuale, alla polacca Olga Tokarczuk. Sarebbe stata una scelta doverosa.

Attraverso i protagonisti dei suoi romanzi, cioè lui stesso – come Alexander Portnoy, Nathan Zuckerman, Mickey Sabbath –, Roth narrava depressioni e vizi, cavalcando le posizioni politiche che il maccartismo aveva deciso di eliminare. Con un linguaggio rude e diretto, quasi maniacale. L’incipit di Il teatro di Sabbath (1995) ne è uno degli esempi più fulgidi: "Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita. Questo l’ultimatum, il delirante, improbabile, assolutamente imprevedibile ultimatum che la signora cinquantaduenne impose tra le lacrime al suo amante sessantaquattrenne, il giorno in cui il loro legame, di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza, compiva tredici anni. E adesso che l’afflusso di ormoni andava esaurendosi, e la prostata ingrossava, e forse non gli restavano che pochi anni di potenza relativamente affidabile, e forse ancor meno anni di vita, adesso, quando si avvicinava la fine di ogni cosa, gli veniva imposto, per non perdere lei, di stravolgere se stesso". Roth si era appena separato da Claire Bloom.

L’anno successivo lei scriveva un libro di memorie molto severo, Leaving a Doll’s House, lasciando una casa delle bambole, a cui in seguito egli rispose con Ho sposato un comunista (1998).

Le amanti, molte, un modo di vivere che Roth non ha mai negato giocando sull’ambiguità: infedele ma rispettoso delle donne. Aveva scelto proprio una donna per scrivere di se stesso, Hermione Lee, la biografa di Virginia Wolf, ma l’aveva ricusata temendo attacchi femministi. Aveva già scartato, litigandoci, Ross Miller, nipote di Arthur, sbugiardato in un manoscritto per ora inedito, Note su un diffamatore, che compare con brevi riferimenti nella biografia in uscita, assieme a un altro pamphlet, Note per il mio biografo, dedicato alla Bloom. Philip Roth: The Biografy (W.W. Newton & Co.) è un tomo di 912 pagine. Il personaggio che ne esce è disciplinato ed esuberante, generoso e rancoroso, talvolta crudele e con un appetito sessuale insaziabile. "È stata dura" dice Blake Bailey. Ora che Roth è morto gli rimane il giudizio degli eredi.