di Ugo Cennamo

Un rito quotidiano che diventa passione. Il calcio che unisce, fortifica e un quartiere dove apparentemente c’è tutto, ma manca l’anima. Con gli occhi di un terzino sinistro (Emersioni, 2019, 13,50 euro) racconta una partita a Spinaceto in una periferia romana, ospite e protagonista delle tensioni della metà degli anni Settanta. A raccontarla è Fabio Luppino, romano, giornalista da trent’anni in tante testate e oggi nella redazione dell’Huffington Post. Una passione autentica quella per lo sport in generale e, in particolare, per il pallone. Lo confessa nella quarta di copertina con una frase nella quale molti si riconosceranno: "Quando guardo un evento sportivo, qualsiasi, continuo a commuovermi e non voglio smettere".

Cosa vedono gli occhi di un terzino sinistro?

"Gli occhi di un terzino sinistro vedono la partita di calcio da lontano, dalla sua fascia. Qualsiasi gesto calcistico da quella parte di campo è gesto eroico e solitario, ma fondamentale. Il terzino sinistro va fino in fondo e il cross dall’ultima parte di campo disponibile è difficile per chi lo fa e imprevedibile per ogni difesa".

Cosa ha significato il calcio per lei da bambino?

"Il calcio è stato l’essenza della mia giovinezza. Crescere con il pallone, sulla strada, imparando a rispettare amici e nemici e a farsi rispettare. Nel calcio ci sono tutti gli insegnamenti: il valore della fatica, la ripetitività degli allenamenti che darà risultati, sapere che avere talento da solo non basta, senza contare che si impara presto a cadere e anche a rialzarsi".

Nel 2020 se ne sono andati due leggende del pallone, Diego Armando Maradona e Paolo Rossi. Cosa hanno rappresentato?

"Maradona è stato il più grande calciatore di sempre. Con il pallone poteva fare tutto, l’unico al mondo. Quanto all’uomo, non giudico. Dico solo che se fosse stato perfetto dentro e fuori il campo di gioco non sarebbe stato Maradona. Paolo Rossi è l’emblema della rinascita, come il calcio toglie dà, se sai aspettare, ti alleni e continui a crederci. Una partita, Italia-Brasile 1982, ha cambiato la sua vita e in qualche modo anche la nostra".

Chi ha saputo e sa raccontare il calcio?

"Per saper raccontare il calcio bisogna amarlo e anteporre il racconto a se stessi. Dagli scrittori veri ai giornalisti prestati alla letteratura. Faccio solo alcuni nomi, non potendoli fare tutti: Emanuela Audisio, Beppe Viola, Alberto Crespi, Gianni Brera e Stefano Boldrini".

Il calcio di ieri è molto diverso da quello di oggi: quali sono le caratteristiche rimaste immutate e se ci sono grandi differenze?

"Il calcio cambia, ma cambia poco. Cambia il racconto, definizioni nuove, ma la sostanza resta quella. Oggi sono tutti esterni, interni o trequartisti. Ieri per ogni numero sulla maglia c’era un ruolo. E non è vero che si corre di più. Si corre di più per novanta minuti, questo sì. C’è la zona, ma non si difende meglio, si occupa di più il campo, si fa girare la palla, ma senza l’estro che rompe questa ripetitività ci sarebbe poco da guardare".

Cosa ricorda delle domeniche anni Settanta con maggior rimpianto?

"Le domeniche in quegli anni erano il rito dei novanta minuti immaginati ascoltando la radio. Con i campi collegati a Tutto il calcio minuto per minuto. E, poi, alla fine, scendere in strada a giocare".

La formazione delle sua squadra ideale pescando tra i campioni di ieri e di oggi?

"Ecco la formazione. Buffon, Gentile, Maldini, Oriali, Nesta, Wilson, Claudio Sala, Tardelli, Ibrahimovic, Maradona, Paolo Pulici".